domenica 29 dicembre 2013

Follie da Fan


Questo che segue è un raccontino-mini, che ho scritto a metà degli anni novanta, quando le ragazzine impazzivano per i Take That.
Mi diverto sempre molto ad osservare i comportamenti delle fan-ragazzine.
Prima di tutto perchè , ai tempi, lo sono stata anch'io ( potevo svenire solo al pensiero di ascoltare "Emozioni" di Lucio Battisti o "Tanta Voglia di Lei " dei Pooh ) e poi perchè, come si dice? Passa il tempo ma le cose rimangono sempre uguali.
C'erano ragazzine che si strappavano i capelli durante i concerti dei Beatles ed in seguito per Jim Morrison, così come molti anni dopo ci furono ragazze che svenivano per i Duran Duran, per i Take That, per Ligabue.
Oggi impazziscono per gli One Direction ed allora ecco subito i soliti adulti "seri" che le prendono in giro e le considerano delle ochette.
Ma lasciamole stare queste ragazzine: cosa c'è di più bello al mondo che avere quattordici anni ed impazzire per un idolo musicale?
...c'è tempo per diventare seri...anche troppo...






TAKE THAT FOREVER!

Ultimo giorno di scuola: i ragazzi mi hanno chiesto di vedere insieme delle videocassette musicali ed io acconsento molto volentieri; la mia anima di teenager è sempre pronta ad ascoltare le novità musicali proposte dai ragazzi.
Ecco qualche bel video fatto in casa sui gruppi di ultima generazione: qualcuno è un po' più intellettuale e mostra Depeche Mode, Blur, Pearl Jam o Nirvana: pezzi di musica, interviste di MTV, spezzoni di concerti, riprese fatte nei camerini, commenti dei fan, insomma un gran bel vedere.

Poi arriva un video, sempre “home-made” sulle Spice Girls e allora i fan dei Nirvana si ritirano in un angolo, disgustati dai balletti e dalle melodie delle quattro ragazze britanniche scatenatissime – io le trovo carine ma loro non sono d'accordo.

Ad un certo punto arriva una ragazzina da un'altra classe; bussa, entra, è trafelatissima ed eccitatissima.
Rivolgendosi al gruppetto di ragazze vicino a me urla, a me e a loro: “ Ce l'ho, ce l'ho, prof la prego , la imploro, ce lo faccia vedere!”
Le ragazzine sono già in preda all'isteria ed io non ho ancora capito cosa vuole da me questa ragazzina riccioluta ed occhialuta che stringe in mano una videocassetta e sembra stia per mettersi a piangere.
“Scusa”- le dico- “ ma non ho capito bene quello che vuoi; cos'è che devo lasciarvi vedere?”
Tra le lacrime e i gridolini isterici riesco finalmente a capire che vogliono vedere una videocassetta sui Take That.
I rockettari della classe sono sempre più scocciati e, sapendo quello che li aspetta, mi chiedono il permesso di andare a vedere la partita di pallavolo in palestra.
Ma cosa “ li aspetta”? ( e “mi” aspetta!)
Lo capisco appena parte il video di interviste, concerti e gossip sui Take That.
Le ragazze sono tutte lì, davanti al televisore, a piangere come fontane e gridare isteriche appena inizia un pezzo della mitica boy band.
Mandano baci verso Robbie, piangono d'amore per Jason, litigano su chi sia più bello tra Mark e Howard, si abbracciano appena Gary comincia a cantare.
Intanto arrivano altre ragazze da altre classi e , anche loro piangendo, mi chiedono il permesso di stare lì a vedere il video.
In pochi minuti la mia classe è sovraffollata di ragazzine isteriche, alcune sembrano sull'orlo di una crisi di nervi, altre piangono come fontane, TUTTE sanno TUTTE le canzoni dei Take That a memoria e le cantano a squarciagola.

Sono esterrefatta e non so come comportarmi: come si può contenere una tale ondata di pazzia?
Arriva la preside e bussa alla porta della classe.
Le ragazze neppure se ne accorgono.
Esco subito cercando un qualche argomento da presentare alla dirigente per scusarmi e scusare le ragazze.
Le spiego la situazione e lei, inaspettatamente si mette a ridere.

“ Va bene prof, non si preoccupi; pensavo che fosse successo qualcosa, li lasci fare, l'importante è che nessuno si faccia male.Sa, negli anni ottanta, quando andavano di moda i Duran Duran, una volta mi è toccato chiamare un'ambulanza, perchè a una ragazza avevano regalato un biglietto per il loro concerto e lei era praticamente collassata dalla gioia.
D'altronde, se andiamo a guardare i video dei concerti dei Beatles cosa possiamo vedere?
Ragazze che urlano e piangono, isterismo di massa, gente che cerca di toccare John o Paul, poliziotti costretti a fermare i fan impazziti.
Non cambia mai niente, professoressa; i ragazzi sono sempre gli stessi, cambiano solo gli idoli”

Rientro in classe rinfrancata e più tranquilla; sono contenta di avere una preside beat e comprensiva!
Intanto i Take That hanno attaccato “ Back for Good “ e le lacrime ormai hanno raggiunto le dimensioni di una cascata.
Qualcuna mi mette in mano il testo della canzone ( Mio Dio! Sono organizzatissime queste fans; hanno fotocopiato i testi per tutti, pardon, tutte! ) e mi prega di cantare insieme a loro.
Esito un po' ma poi ci sto e in men che non si dica si crea un coro, più o meno intonato, che segue le parole di Gary Barlow in un tripudio di lacrime e di abbracci.
Il gruppo dei rockettari si affaccia alla porta con un' espressione di disgusto e sorpresa e se la dà subito a gambe.
Intanto sono arrivate anche un paio di bidelle; si siedono anche loro a guardare il video e Paola, la più giovane e simpatica, si mette a piangere anche lei...

- Luciana Figini -








sabato 28 dicembre 2013

Un solo Respiro


Come tutti gli amanti , temevano per il loro amore.
Si sentivano raggelare a uno sguardo indifferente dell'altro, una parola impaziente oscurava la giornata a entrambi.
Quando aprivano gli occhi e, al debole lume verdognolo della radio, scorgevano distintamente ogni oggetto della cameretta, ogni cosa rimasta ben ferma al suo posto, mentre essi erano stati molto lontani e in gran  moto, Manfred chiedeva sottovoce :
" Che cosa desideri adesso?".
" Sempre la stessa cosa" diceva Rita. " Un'unica pelle che ci racchiuda entrambi, un solo respiro per tutti e due".

 Christa Wolf - da " Cieli Divisi" 









sabato 14 dicembre 2013

Going Home


Seduta nel piccolo portico
imbiancato di calce bianca 
stavo ad ascoltare 
la voce del maestrale

Osservavo stregata 
la luna piena 
che rendeva tutto 
magico ed irreale

Da lontano
il fruscio delle onde
arrivava intercalato dalla voce del vento 

I rumore si fondevano 
e mare e vento diventavano una sola voce

Chiusi gli occhi:
reale ed irreale divennero un unico mondo...

- Luciana Figini - ( 1990 )









La Stanza di Vetro

In mezzo alla stanza c'è un tavolino stile tirolese, con un portacenenre colmo di cicche di sigarette.
Anche le sedie sono nello stesso stile; sotto il portacenere c'è una tovaglietta di tela ricamata , di quelle con il punto a croce e la frangetta tutt'intorno.
E' un pò sgualcita, ma è piacevole al tatto, come le cose antiche.

La donna è seduta su di una panca e fuma una sigaretta dietro l'altra , mentre guarda un vecchio telefilm poliziesco da un televisore in bianco e nero.
Per non disturbare i clienti dell'albergo il volume è bassissimo e del resto la donna non sta ascoltando molto attentamente.

Sono già le undici passate e nell'albergo non si sente più neppure un rumore; sono già tutti a letto a quest'ora.
I clienti sono quasi tutti persone anziane, così alla sera c'è ben poco movimento.
Fuori fa un freddo cane e nessuno si avventura.

La donna si è stancata del telefilm ed ha spento la televisione; sta per accendere la luce , ma qualcosa la trattiene.
La stanza ha delle ampie vetrate e proprio fuori dalle finestre si può vedere uno dei lampioni della strada.

La donna si mette a contemplare il paesaggio accendendosi l'ennesima sigaretta.
Rimane un pò ad ammirare gli immensi pini rossi candidi di neve e le luci lontane delle altre abitazioni disseminate nella valle.

Poi ad un tratto un rumore lieve, caldo, felpato, come un gomitolo soffice di lana che cade su di un tappeto.

Tutto tace intorno; dalle stanze vicine si sente qualche flebile lamento, il rumore lontano di qualcuno che russa.

Di nuovo il rumore di prima .
Questa volta è un pò più pesante, ha preso un ritmo chiaro e cadenzato...

Dentro la stanza di vetro c'è la donna con la sua solitudine.
Fuori, sugli sconfinati boschi della Foresta Nera, ha  ricominciato a cadere la neve...


- Luciana Figini - ( scritto nel gennaio 1981 a Obertal , Germania )








sabato 7 dicembre 2013

Arrivederci Figlio della Luce !



La nostra paura più profonda non è di essere inadeguati
la nostra paura più profonda è di essere potenti oltre misura.

È la nostra luce, non il nostro buio che ci fa paura.

Noi ci chiediamo: "Chi sono io per essere così brillante, così grandioso?
Pieno di talenti, favoloso?"
In realtà chi sei tu per non esserlo?
Tu sei un figlio di Dio.

Se tu voli basso, non puoi servire bene il mondo.
Non si illumina nulla in questo mondo se tu ti ritiri, appassisci.

Gli altri intorno a te non si sentiranno sicuri.

Noi siamo nati per testimoniare la gloria di Dio dentro di noi,

non soltanto in qualcuno, ma in ognuno di noi.

Nel momento in cui noi permettiamo alla nostra luce di splendere

noi inconsciamente diamo agli altri il permesso di fare lo stesso.

Nel momento in cui noi siamo liberi dalla nostra paura

la nostra presenza stessa, automaticamente, libera gli altri.
da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/stati-d-animo/frase-129136?f=a:679>
                                                     - Nelson Mandela -


 





da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/politica/frase-206934?f=a:679>

domenica 1 dicembre 2013

Era mio Padre - Terza e Ultima Parte


Enrico rilegge ancora una volta quello aveva scritto l’8 di settembre e la stessa rabbia sembra di nuovo assalirlo.
Prende una matita ed un foglio e si mette a scrivere .

Quel cretino del Dante dice che il merito della liberazione d'Italia è solo degli alleati e dei partigiani.

E noi chi siamo?

Secondo lui siamo solo dei voltagabbana, che prima stavano col Duce e poi contro i tedeschi.

Mi viene una rabbia: proprio lui parla di queste cose, lui che è stato riformato non si sa bene per quale motivo, lui che non sa neppure cosa sia la guerra, perchè l'ha passata tutta a casa.

Eppure queste cose non le dice solo il Dante: su tutti i giornali , in tutti i discorsi si inneggia ai partigiani, si esaltano gli alleati, si accolgono con tutti gli onori gli internati dei campi di concentramento.

Tutte cose giuste e sacrosante...ma noi chi siamo?
I giornali non ne parlano,le persone che ti incontrano, quando sanno che eri un soldato, ti guardano in modo strano,quasi diffidente.

Non mi sono mai sentito un eroe di guerra, ma non avrei mai pensato di sentirmi un traditore, di essere denigrato o, quando va bene, non considerato.

Eppure le popolazioni dei paesi che abbiamo liberato quando ci vedevano erano entusiaste, ci portavano in casa loro, ci offrivano tutto ciò che possedevano, ci dimostravano un'enorme gratitudine.

Io dentro sento un rancore sordo ogni volta che si tocca l'argomento.

Anche in famiglia non riesco a sfogarmi : loro non vogliono più sentir parlare di guerra, cercano di cambiar subito discorso.

Ed io rimango con la mia bestia nel cuore.

Povero tenente Senadei!”- penso - “sei diventato cieco per niente!”





E’ sabato notte ed Enrico è appena tornato dall’osteria , sale le scale un po' a fatica, barcolla.
-Chisà che ora è?- pensa Enrico, mentre, sconfitto dalle gambe che non ne vogliono sapere di camminare, si siede su un gradino e si accende una sigaretta.
A lui la notte non fa paura; ha l’anima del pipistrello.
Si mette a ridere tra sé e sé quando sente un sonoro russare provenire dalla porta vicina: le zie Paola e Bina stanno “resegando bene”.
Sorride tra una boccata di sigaretta e l’altra , pensando alle due zie .
Enrico è circondato da parenti e amici; la sua piccola attività di falegname sta ingranando e gli sta cominciando a dare qualche soddisfazione…eppure ci sono cose che può raccontare solo a pèochi amici all'osteria.
Nessuno vuole sentire più parlare di guerra e poi ci sono quelle sensazioni di angoscia che non lo lasciano in pace...
Da lontano passa un uomo in bicicletta; torna a casa dall’osteria e canta a squarciagola.
Enrico lo riconosce subito dalla voce: è l’Aquilino, quello che è tornato dalla Germania a piedi dopo essere scappato da un campo di prigionia.
Enrico si alza , pensa a tutti quelli che hanno avuto vita molto più dura di lui, a tutti gli amici che non sono più tornati e si avvia verso casa con una lacrima negli occhi che non si decide a scendere…

Giornate terribili, ma cominciamo a capire che la fine sta arrivando.

Vicino a Corinaldo si spara a tutto spiano: i tedeschi sono vicinissimi, ma ormai non hanno più scampo.

Dopo essere riusciti ad avanzare arriviamo ad Urbania: anche qui distruzione ovunque.

Ponti e ferrovie, persino alberi fatti saltare dai tedeschi.

Negli occhi ho così tanta distruzione e disperazione che a volte non riesco a sopportarne il pensiero.

Poco prima della fine della guerra mi viene finalmente concessa una licenza.

Sono agitatissimo, prendo il primo treno e parto per Milano.

Lungo il tragitto desolazione e distruzione ovunque.

Chi si sarebbe mai immaginato tutto questo?

Penso con angoscia alla mia famiglia – saranno ancora vivi? Staranno bene?

Sono mesi che non ricevo loro notizie.

Penso a Mussolini e all'incubo nel quale ha fatto entrare l'Italia.

Mentre passiamo per un paese completamente raso al suolo sento dentro di me un odio sordo verso di lui e verso tutti quelli che lo hanno appoggiato.

Il giorno dopo sono a Varedo.

Il paese è ancora tutto intero, sembra non sia successo nulla.

Mi fermo qualche minuto alla stazione e scoppio in un pianto liberatorio: sono tutti lì , ad aspettarmi alla stazione.

Sa Dio come hanno fatto a saperlo.

Tra qualche giorno dovrò tornare al fronte ma mi sono tolto un peso enorme dal cuore.

Sono passati ormai molti mesi da quando Enrico è tornato dalla guerra.
A poco a poco, lui che è appassionato di attualità e storia, è venuto a sapere di tutta la distruzione e l'orrore che la guerra aveva portato ovunque.
Sui giornali scorrono le foto della Francia, dell'Inghilterra , dell'Italia, della Germania.
L' Europa intera è devastata eppure bisogna ricominciare.
La maggior parte della gente cambia discorso quando lui comincia a parlare dei cinque anni di guerra.
Allora lui prende la sua sigaretta, esce di casa e si fa un giro in mezzo ai campi.
Spesso si siede in mezzo a un campo o sotto un albero e parla da solo.
Spesso vede davanti a sé le immagini dei compagni morti e piange sommessamente.
Poi si mette ad ascoltare i grilli , le voci lontane di mamme che richiamano i bambini o gli scoppi di risa di gente seduta in cortile a raccontarsi cose divertenti .
Allora finisce la sigaretta , si alza lentamente e si riavvia verso casa.
Dentro di sé il brontolio del passato non si placa ancora e sa che ribollirà ancora per anni, ma sa di avere davanti a sé tutta una vita da costruire, tutta una vita da vivere ancora e allora, quasi non volendolo, sorride leggermente , come quel giorno sulla strada da Palazzolo a Varedo.
Gira l’angolo e rivede il suo campanile: lui è lì , fermo e placido, sembra quasi guardarlo , sembra quasi dargli coraggio.

Enrico si mette a fischiettare un motivetto e sente che qualcosa di nuovo sta nascendo dentro di lui: è qualcosa di piccolo, ancora in embrione, una specie di speranza abbozzata, un puntino di futuro in mezzo al cuore, ancora troppo lieve per riuscire a percepirlo pienamente… ma è lì, sta mettendo radici, gli farà compagnia insieme al fumo delle sue sigarette… 




FINE


...ciao papà...


racconto di Luciana Figini 


Ancora in Viaggio







Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. 
E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. 
Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. 
Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. 
Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. 
Sempre. 
Il viaggiatore ritorna subito.

- José Saramago - 


Era mio Padre - Seconda Parte


Enrico è arrivato all'ingresso del suo cortile, in Via Vittorio Emanuele II.
Sulla destra il fienile ed in mezzo i carretti dei contadini.
Una volta quando era bambino aveva fatto cadere la sorella dal fienile per gioco- allora aveva avuto una paura del diavolo, perchè l'aveva vista immobile, come morta.
Ma poi si era subito rialzata ed aveva continuato a giocare.

Davanti a lui la casa di ringhiera dove vive con la madre, il padre, le sorelle ed il fratello.
La sua casa e tutte quelle intorno si affacciano su di un cortile comune.
Le donne hanno approfittato della giornata mite e del venticello per stendere tutti i panni dalle ringhiere.

Ecco, ad un certo punto una figura minuta uscire dalla porta di casa ed affacciarsi sul cortile.
E' Franca , la sorella più piccola.
“Mamma!”-grida-”Mamma! E' arrivato!E' arrivato!”
E' un attimo e subito tutti si precipitano di sotto.
Enrico corre verso di loro e li abbraccia.
Tutti piangono, ridono, gridano, fanno un gran casino.
Persino le zie Paola e Bina escono dal loro uscio e si mettono a piangere e a chiamare l'Enrico.
Amici, vicini, parenti, tutti escono dalle case e corrono incontro al soldato che ha riportato a casa la pelle.

Due notti terribili.
Giovedì notte le pulci e tutti i più schifosi animaletti del creato si sono scatenati sui nostri poveri corpi .
Il Taran, che è il più grosso e quindi il più appetitoso per queste bestie orrende, ha passato la notte a mandare saracche terribili contro le pulci, contro la guerra e contro Mussolini.
Meno male che il capitano dormiva della grossa (ma a lui le pulci non lo mordono?) altrimenti il mio amico si sarebbe fatto qualche giorno di prigione.
Ecco il nostro fronte quotidiano: fare la guerra alle pulci…ma senza armi!

Venerdì notte ho fatto la guardia e mi sentivo stanchissimo: stanchissimo di questa guerra, stanchissimo di sprecare la mia giovinezza in questo modo.
Guardo la campagna silenziosa intorno a me e penso a questi anni, che dovrebbero essere i più begli anni nella vita di un uomo e che invece stanno passando dentro un'uniforme.




Mamma Ersilia è fuori di sé dalla gioia e subito trascina Enrico in cucina.
Non c’è gran che in tavola ma ad Enrico sembra un paradiso: addenta con gusto il pane e salame , si serve generosamente del vino e tra un boccone e l’altro parla e parla , racconta del viaggio di ritorno e degli amici , di Manduria e delle notte di guardia e di quella volta che per poco non lo ammazzano.


Ades l’è finida! – dice tutto contento prendendo Franca sulle sue ginocchia.


Nel petto però sente ancora la stessa ansia che lo accompagna da quando è sceso dal pullman.
Il padre , Alfonso, se lo mangia con gli occhi ma Enrico si accorge di come sia invecchiato durante gli ultimi anni.
Lui è il fratello maggiore e sa che per lui la fine della guerra significa anche l’inizio della fatica vera, quella nei campi.
A poco a poco Enrico ricomincia la vita da borghese:si è dato un po' di tempo per riprendersi, prima di decidere cosa farà nella vita.
I suoi sono contadini , ma per lui “la terra è troppo bassa”.
Vuole fare qualcosa di diverso e ha già un paio di idee.
Durante la guerra ha fatto spesso il barbiere per i soldati e per gli ufficiali,potrebbe essere un buon mestiere da civile.
Ma un'altra idea gli sta frullando nella testa : prima di andare in guerra aveva lavorato per un falegname e il lavoro non gli dispiaceva.
Magari si potrebbe aprire una bottega .
Con queste idee in testa e con la solita sigaretta in bocca, una Nazionale senza filtro, si avvia dopo pranzo al bar della cooperativa.
 





Già da qualche giorno ha ripreso a frequentare gli amici, o , almeno, quelli che sono rimasti.
Il suo amico Pasquale è morto al fronte, colpito da una granata,il Peppino è morto in un campo di prigionia in Germania.
Alcuni sono dispersi e la famiglia non ne sa niente.
Enrico prende il solito bicchiere di vino e si siede insieme agli amici.
Giocano a carte, cercano di ridere un po' e di parlare di ragazze, ma l'atmosfera è cambiata.
Ci vorrà parecchio tempo prima che la guerra e tutti i suoi orrori vengano dimenticati.
Da un lato, seduto da solo davanti ad un bianchino spruzzato c'è l'Antonio.
Prima della guerra era il più casinista e allegro di tutti.
Da quando è tornato è cambiato completamente, si apparta, non parla quasi con nessuno, passa la maggior parte del tempo con lo sguardo fisso nel vuoto.
Dicono che fosse in un campo di prigionia vicino a Dresda e che abbia assistito al bombardamento .
Cosa abbia visto esattamente non si sa, ma il suo sguardo perso è ancora in mezzo a quei morti e a quelle macerie.

8 Settembre 1943 : Armistizio
Tutto finito? Si torna a casa?
No ,assolutamente no, si combatte ancora, anzi , da ora in poi sarà più dura.
La Germania, che era nostra alleata, adesso è diventata nostra nemica .
Ha ragione il mio amico Taran “La guerra si finisce da una parte e si comincia dall'altra”.
Siamo confusi, non sappiamo niente dei nostri parenti e amici, il morale è a terra.
L'Italia è divisa in due e noi dobbiamo risalirla, da Sud a Nord, per liberarla dai tedeschi e per aiutarla.
Alla fine di maggio del '44 partiamo da Manduria per arrivare a Benevento: paesi, ferrovie, officine distrutte. Morte e distruzione ovunque . Terribile...
Nessuno parla ma tutti abbiamo un'angoscia addosso che ci spacca il cuore.
In provincia di Benevento e poi ad Ancona ci sono dei forti scontri con i tedeschi: insieme alle truppe italiane del corpo di liberazione riusciamo a scacciare le truppe tedesche e ad avanzare.
Quando arriviamo ad Ascoli sono già 300 km che marciamo e combattiamo, ma l'entusiasmo con cui la popolazione ci accoglie è un grande sollievo per il nostro morale.
Di notte pensiamo alle famiglie e ci chiediamo che fine abbiano fatto, se i nostri cari siano ancora vivi o no.
Le comunicazioni sono praticamente interrotte.
Vicino a Jesi c'è un altro scontro e stavolta alcuni uomini vengono uccisi ed il tenente Senadei rimane colpito gravemente agli occhi dalle scariche di artiglieria dei tedeschi.
Viene subito medicato ma non c'è niente da fare: rimarrà cieco per tutta la vita.
Io sto male continuamente: non sono un eroe , non lo sono mai stato, ma stavolta l'odore della morte mi segue tutti i giorni...
Nelle poche ore di sonno notturno incubi terribili si susseguono.
Ieri notte ho sognato il mio cortile completamente distrutto e pieno di cadaveri.
Mi sono risvegliato con il cuore che mi batteva all'impazzata...






 ( fine seconda parte )


Racconto di Luciana Figini

sabato 30 novembre 2013

Preghiera


Ogni preghiera ha un vertice sicuro
e così non sono partita
per rimanere a pensare.

Tu non sai 
che il pensiero di una donna
è più veloce di un viaggio.

Mi hai rinnegato molte volte
e non sai
che mi hai rimandato indietro
di mille anni.

Così oggi
ti chiudo la strada
e ho un vigile sempre pronto
che ti sbarra il mio cuore.

- Alda Merini - 








Era mio Padre - Prima Parte

Tra qualche giorno mio padre avrebbe compiuto 92 anni.
Quando morì la prima cosa che feci fu di rileggermi il suo diario di guerra, miracolosamante arrivato incolume fino agli anni duemila, nonostante il continuo scartabellare e passare di mano attraverso gli anni.
Leggevo le vicende di mio padre soldato e cercavo di immaginarmelo da ragazzo, costretto come migliaia e migliaia di altri ragazzi della sua età a partecipare e a combattere in una guerra senza senso.
Cercavo anche di immaginare il suo ritorno a casa, in un'Italia devastata dalla guerra e tutta da ricostruire.
Poi mio marito ha messo mano al diario e l'ha completamente riscritto a computer - di questo gli sarò sempre grata - e quindi la lettura divenne più agevole.
Un giorno mi è venuto in mente di scrivere un piccolo racconto, nel quale mi immagino lo stato d'animo di mio padre al ritorno dalla guerra.
E' stato il mio modo per ricordarlo e per sentirlo vicino.
Ve lo propongo qui di seguito; le parti in grassetto sono quelle che si riferiscono al diario; alcune sono originali del diario, altre le ho modificate.




IL RITORNO DEL SOLDATO

E’ un giovane uomo : avrà ventiquattro , venticinque anni.
Cammina faticosamente nella sua uniforme sporca e scolorita.
Il suo viso è dello stesso colore dell’uniforme: pallido, sporco, uno sguardo da sconfitto, ma con un luccichio negli occhi.
Sul viso corrono innumerevoli piccole rughe.
Dicono che la guerra trasformi i giovani in vecchi ; i bombardamenti , la paura e gli stenti diventano dei luoghi visibili sulla cartina geografica di ogni viso.
L’uomo cammina e si guarda intorno; un piccolo sorriso timido appare sulle sue labbra e sembra spianare le rughe e la stanchezza.

La strada che va da Palazzolo a Varedo, dispersa in mezzo alla campagna, è piena di ciottoli e fango, ma per il ragazzo è la strada più bella del mondo…
Dopo la lunga pioggia il terreno è umido e profumato, gli alberi ed i campi intorno brillano di un color verde smeraldo , ma il giovane soldato cerca solo una cosa con lo sguardo.
Il cuore fa un balzo nel petto quando, da lontano, appare la sagoma familiare del campanile di Varedo.
“Eccoti qua!” – esclama Enrico sorridendo –“Finalmente ti rivedo!”
Sente che una lacrima gli sta per scendere dalla guancia, ma si fa forza – è un soldato, che diamine!- e tira avanti trascinandosi sulle spalle il pesante zaino ; nel cuore la pesantezza di cinque anni di guerra e di lontananza da casa.
Si ferma e si guarda indietro: il pullman che li ha portati fin lì a lui, al Taran e all’Angelo, si è già dileguato da un pezzo.

Improvvisa una sensazione di struggimento: ha lasciato dietro le spalle i suoi compagni e già sente la mancanza delle risate del Taran, degli scherzi dell’Angelo e delle voci e dei lamenti di tutti gli amici che ha incontrato in tutti questi anni.
Poi guarda avanti , rivede il campanile e riprende la sua strada verso casa.
Ad un tratto si ferma , si toglie di dosso lo zaino, si appoggia ad un muro.
Dentro di sé un’esplosione di rabbia , quasi insopportabile.
Gli hanno rubato la giovinezza e solo ora se ne accorge veramente,ora che il suo paese sembra accoglierlo da lontano.
Ricaccia indietro la bestemmia che gli stava nascendo sulle labbra, tocca la tasca laterale dello zaino prima di rimetterselo per accertarsi che il suo diario sia lì e riprende a camminare a passo svelto.

L’idea di scrivere un diario era nata per puro istinto di sopravvivenza; a cosa si può attaccare un ragazzo di diciannove anni che parte per la guerra sapendo che potrebbe morire?
Lui si era attaccato alle parole, a quell’arte in cui era stato sempre così bravo da meritare gli elogi della maestra e da spingere la madre, donna semplice ma intelligente, a tenerlo in casa il giorno dell’esame di quinta elementare per farlo bocciare.
Sì sì , proprio per farlo bocciare! Si era messa d’accordo con la maestra.
Il destino di Enrico era quello di cominciare a lavorare nei campi a undici anni, come tutti gli altri ragazzi; bocciarlo avrebbe significato farlo studiare ancora per un anno.
La mamma aveva portato un salame intero alla maestra per convincerla a bocciare il suo migliore allievo .
Enrico sorrideva tra sé e sé : non vedeva l’ora di riabbracciare mamma Ersilia.





Natale 1940

Proprio oggi, proprio il giorno di Natale , ho ricevuto la maledetta cartolina e mi devo presentare al distretto – destinazione Venaria Reale, Torino.

Sento una rabbia terribile dentro-io con questa guerra non c'entro niente, non mi appartiene, così come non appartiene alle altre migliaia di ragazzi, sì perchè siamo tutti ragazzi, che in questo momento stiamo partendo o siamo già al fronte.


Non so quanto resterò via di casa , ma la sensazione è che la mia giovinezza stia partendo insieme al treno che mi porta a Torino...



Enrico è arrivato in centro a Varedo: è quasi mezzogiorno e le strade sono vuote: sono tutti a pranzo.
Arriva in fondo a Via Madonnina e davanti a lui vede la grande chiesa parrocchiale. Sul muro che la divide dalla villa Medici c’è qualche manifesto strappato, che viene mosso da un leggero venticello.
Il ragazzo rimane qualche istante ad osservare quelle scritte come ipnotizzato.
Legge e rilegge nella sua mente i titoli dei manifesti e subito se li dimentica e deve tornare a leggerli.
Tutto gli appare irreale, lontano.
E' già tornato qualche volta in licenza a casa, ma era sempre stato tutto provvisorio, qualche giorno e poi via di nuovo al fronte.
Adesso sarà per sempre, adesso la vita ricomincia e qui sembra che la guerra non sia neppure passata.
A ben pensarci sembra tutto un sogno.

Enrico si ferma in piazza della chiesa, si accenda una sigaretta e tergiversa.
Da una parte non vede l'ora di essere a casa, dall'altra ha una grande confusione in testa; cosa lo aspetta? Cosa farà adesso senza i suoi amici? E soprattutto dove va a riprendere quegli anni che non ha vissuto?

Ho saputo che il mio amico Pasquale è a Novara.

Mi manca la sua amicizia, mi mancano le risate anche se qui , a Manduria , ho trovato molti altri amici.

Due in particolare sono particolarmente simpatici: l'Angelo e il Giuseppe, chiamato Taran.

Con loro mi sono fatto già qualche giorno di prigione a causa di una sbornia impressionante.

Qui la vita è dura e quando si può ci si sfoga un po’.

La cosa più memorabile è stata la settimana di licenza del comandante all'inizio di Novembre.

Via il gatto i topi ballano”-ed in effetti abbiamo trascorso una settimana da cuccagna: baldoria fino alle prime luci dell'alba, grandi cene con gli ufficiali, innaffiate da grandi quantità  di vino, giochi e risate.





(fine prima parte)

racconto di Luciana Figini

Un Pizzico di Follia

Un pizzico di follia, di musica e di poesia in un freddo pomeriggio di Novembre...






Se io avessi un mondo come piace a me, là tutto sarebbe assurdo: niente sarebbe com'è, perché tutto sarebbe come non è, e viceversa! Ciò che è, non sarebbe e ciò che non è, sarebbe! (Alice)








E ti sarai accorta che in fondo sono mezzo svanito anch'io! (Stregatto)









Serratura: Oh, mi dispiace, sei troppo grossa, proprio Impassabile.
Alice: Vuoi dire Impossibile.
Serratura: No, Impassabile. Nulla è impossibile. 









Stregatto: Se io cercassi il Bianconiglio lo chiederei al Cappellaio Matto!
Alice: Al Cappellaio Matto? Oh, no, no! Io no.
Stregatto: Oppure alla Lepre Marzolina, in quella direzione!
Alice: Oh, grazie! Credo che lo chiederò a lui!
Stregatto: Però guarda che gli mancan diversi venerdì!
Alice: Oh, ma io non voglio andare in mezzo ai matti!
Stregatto: Oh, non puoi farci niente! Sono quasi tutti matti, qui!








Un Buon Non Compleanno 

Noi tutti abbiam un compleanno ogni anno
Ed uno solo all'anno, ahimè, ce n'è
Ah, ma ci son trecensessantaquattro non compleanni
E quelli preferiamo festeggiar
Ma allora oggi è anche il mio non compleanno!
Davvero?! Com'è piccolo il mondo!
In tal caso... Un buon non compleanno A me? A te!
Un buon non compleanno A me? A te!
Or spegni le candele e rallegrati perché...
... un buon non compleanno aaaaaaaaaaaaa te!!!


( Tutti i testi sono tratti da " Alice nel Paese delle Meraviglie ) di L.Carroll 





domenica 3 novembre 2013

Leggerezza


(...) A volte penso che staremmo meglio se fossimo semi di soffione: 
niente famiglia, niente storia, liberi di volare nel mondo, 
ciascuno nel proprio batuffolo di lanugine. (...)

- Sophie Kinsella -






L’ albero del cotone

La strada
ne è disseminata;
dal cielo
ne piovono
enormi fiocchi;
sul pioppo
bambagia a grappoli

Mentre una farfalla curiosa
si posa sulle mie ginocchia
per sgranchirsi le ali
i semi del pioppo
avvolti
da morbido cotone
cadono
tutto intorno a me …

…come loro
vorrei essere
morbida e alata
senza nessuna percezione
del mio essere

- Luciana Figini - 



Meno Tecnologia nell'Epoca tecnologica

Quando sento parlare dell'uso delle "nuove tecnologie" a scuola a volte mi viene da sorridere, altre volte mi deprimo.
Per chi non lavora all'interno delle scuole sembra che ormai tutto viaggi via Internet, via tablet e via Google.
Ovviamente la situazione è ben diversa.
Prima di tutto manca la "materia prima"come computer decenti ed in numero sufficiente per tutti gli studenti e connessioni affidabili.
La verità è che i mezzi che abbiamo a disposizione sono scarsissimi e che i pochi esempi di reale innovazione sono solo merito di alcuni colleghi in gambissima ( io non sono tra di loro ) che passano tanto del loro tempo , quasi sempre volontariamente, a cercare di tirare fuori nuove soluzioni e nuovi modi di fare lezione utilizzando quasi sempre tecnologie già vecchie.
Io li ammiro davvero tantissimo; sono dei maghi che tirano fuori il coniglio dal cappello, sono dei professionisti che fanno dei miracoli con computer che farebbero ridere qualunque impiegato di qualunque ditta media.




Per chi , come me, è tecnologicamente un pò ignorante, non resta che arrangiarsi e fare del proprio meglio, ma ecco che il coniglio dal cappello salta fuori davvero!
Facendo due conti molto semplici si può scoprire che, almeno noi docenti di lingue, eravamo molto più "tecnologizzati" dieci anni fa che oggi.
Seguitemi:
- dieci anni fa avevamo, appunto, dieci anni in meno e quindi molta più grinta e voglia di imparare; l'età media degli insegnanti oggi va dai 50 ai 60; comprensibilmente la stanchezza comincia a farsi sentire...oddio poveri studenti che tra cinque, sei anni avranno in classe una generazione di nonni!
- dieci anni fa il numero di studenti per classe variava dai 20 ai 25; oggi la media è 28/30/32 e a volte non c'è posto per tutti nei laboratori...ergo spesso si rinuncia...
- dieci anni fa il numero di ore di lingue per classe era mediamente 4, in certi istituti tecnici 5, quindi avevamo il tempo per fare lezione, interrogare e andare in laboratorio linguistico almeno una volta ogni dieci giorni e quindi vedere dei film in lingua, fare gli esercizi di ascolto,di conversazione, vedere dei pezzi di notiziari della BBC o della CNN, ascoltare le canzoni ecc...
Oggi, con 3 misere ore a settimana ( in alcuni istituti due ) e con le classi ridotte a pollai abbiamo appena il tempo per far lezione, interrogare alla belle e meglio e fare qualche verifica...ergo il tempo per andare in laboratorio linguistico non c'è...e ognuno di noi ha più classi che in passato; insomma una marea tale di facce che si fa fatica davvero a ricordare i nomi degli studenti!



Noi insegnanti di lingue siamo stati spesso dei precursori a livello tecnologico; i registratori, i laboratori linguistici, i film in lingua straniera, sono tutti supporti che la maggior parte di noi usa fin dagli anni ottanta e che poi sono stati via via sostituiti dai DVD, dai CD ROM, da Google e da Youtube.
Ricordo quando preparavo gli esercizi di ascolto utilizzandi i testi delle canzoni oppure registravo dei pezzi di notiziari della BBC da far vedere in classe.
I nostri libri, sia di lingua che di letteratura, sono da sempre corredati da CD di ascolto e, prima ancora, da musicassette con le registrazioni degli esercizi o dei brani di letteratura.
Era il 1989 quando feci ascoltare ai miei studenti la registrazione di un brano del "Julius Caesar" di William Shakespeare interpretato da veri attori inglesi, il brano dove Marco Antonio parla alla folla in delirio; era stato emozionantissimo, sia per me che per i ragazzi.
Ma allora c'era il tempo per fare tante cose e le classi, almeno nel triennio, erano poco numerose e quindi gestibili.
Il paradosso è proprio questo; nell'era della tanto decantata tecnologia non c'è più il tempo sufficiente per usarla!
Che qualcuno me lo spieghi, se è capace: come fanno degli insegnanti anziani, con molte più classi e molti più studenti di una volta ma con molte meno ore per classe ad innovare la scuola italiana?
Se c'è un mago nei dintorni che è capace di fare questo trucco dovrebbe venire a spiegarmelo!
...magari me lo potrebbe spiegare la Gelmini!




domenica 27 ottobre 2013

L'Arcobaleno prima dell'Inverno





Mi piace vivere le stagioni osservando le mie piante e godendo dei colori che ogni stagione regala; l'autunno è particolarmente generoso con i colori ed ogni anno mi sorprende.
Ci sono ancora i fiori estivi, come i tageti o le zinnie, poi ci sono i fiori autunnali che improvvisamente fioriscono e tu ti chiede qual'è il mistero della loro fioritura, quasi ci fosse un interruttore che viene schiacciato e che provoca l'esplosione dei loro colori proprio quando i primi freddi ci chiudono in casa.





Ed infine ci sono i colori bellissimi delle foglie d'autunno e delle bacche.
Il risultato è un arcobaleno di gialli, rossi, verdi, viola , arancioni e azzurri, quasi una festa che la natura ci prepara prima di mettere a dormire tutte le sue creature.
C'è solo una cosa che mi intristisce dell'autunno; gli insetti morti ovunque sul mio balcone: mosche, vespe, api, farfalle, travolte dai primi temporali autunnali, bombi, cavallette,grilli che cercano di sopravvivere alle prime notti fredde.
E' una piccola tragedia che si consuma ogni anno e che ogni volta mi colpisce;alcuni di loro cercano di sopravvivere nascondendosi dove possono, ma l'inverno alla fine li trova...





venerdì 25 ottobre 2013

Pioppi


Rosso fuoco
porpora nobile
verde smeraldo
giallo vivo

Quattro pioppi amici
uniti 
in un cono gelato autunnale...

- Luciana Figini -











domenica 20 ottobre 2013

Dreams


Hold fast to dreams
For if dreams die
Life is a broken-winged bird
That cannot fly. 

Hold fast to dreams
For when dreams go
Life is a barren field
Frozen with snow. 










Tieni stretti i tuoi sogni
perchè se i sogni muoiono
la vita diventa come un uccello

dalle ali spezzate
che non riesce a volare. 

Tieni stretti i tuoi sogni
perchè quando i sogni se ne vanno
la vita diventa un terreno arido
e ghiacciato come la neve 

-  Langston Hughes -


PFM ed altri Incantamenti

Ogni tanto mi metto a cercare su You Tube qualche canzone dei tempi che furono e a volte mi imbatto in cose davvero curiose.
Un giorno ho deciso di ascoltarmi un pò di progressive rock italiano degli anni 70: Orme, PFM, Banco del Mutuo Soccorso, Trip, Perigeo ed altri meno conosciuti come Il Rovescio della Medaglia..
La sorpresa sono stati i commenti ai video ( che poi non sono veri e propri video, perchè allora i video non esistevano - ne sentivamo la mancanza? Direi di no -); un sacco di commenti entusiasti di persone che vivono in altri paesi!
Il fantastico progressive rock italiano, forse un pò dimenticato da noi, continua a vivere un'altra vita in rete e ad essere apprezzato da estimatori in tutto il mondo.







Ricordo ancora il giorno in cui tornai a casa con il 45 giri di "La Carrozza di Hans" della PFM: era un brano che mi dava la pelle d'oca, anche se non sapevo assolutamante spiegarne il motivo: il testo apparentemente non aveva alcun senso, ma mi ricordava certe favole lette nella mia infanzia, come "Le Tre Melarance", e mi faceva sognare.

Il retro del disco fu un'altra scoperta emozionante: "Impressioni di Settembre", pura poesia fatta voce e musica.
Ancora oggi la magia di questi brani musicali mi commuove e mi fa pensare; soprattutto mi fa pensare a come fosse possibile che Le Orme o il Banco sapessero descrivere in modo così preciso le nostre emozioni.
Allora avevo proprio la sensazione che certe canzoni mi accompagnassero lungo il cammino della vita e ne segnassero le tappe; amori, pensieri, ideali, dolori, cambiamenti, depressioni, desideri...







Anche con il passare degli anni mi sono sempre stati vicini: i dischi delle Orme e dei New Trolls li ho consumati, le musicassette del Banco, degli Area e della PFM praticamente distrutte.
Ci sono dei pezzi che non hanno età e che sembra ti "parlino" in tanti momenti della vita.
Penso che il fenomeno del progressive rock italiano sia stato davvero strabiliante, anche se allora raramente lo ammettevamo, impegnati com'eravamo a seguire i gruppi rock inglesi e americani e ad ascoltare la musica "impegnata" dei cantautori e degli Intillimani.
Questi gruppi non hanno avuto sempre l'apprezzamento che meritavano ma si sa, quando si tratta di arte italiana, che sia musica, pittura, letteratura o cinema, pensiamo sempre di essere inferiori agli altri.
Invece la voce di Aldo Tagliapietra o la bravura di Mauro Pagani davvero non hanno nulla da invidiare ai grandi artisti pop e rock internazionali degli anni 70 !









sabato 5 ottobre 2013

Nessun uomo è un'Isola


Due Canzoni per rigenerarsi


 ...perchè anche la musica aiuta a curare le anime fragili...
  





A Horse with no Name 
( Un Cavallo senza Nome )

Nella prima parte del viaggio
riguardavo tutta la mia vita
C’erano alberi ed uccelli e rocce e cose,
c’era sabbia, colline e catene di montagne.
La prima cosa che incontrai fu una mosca e il suo ronzio
ed un cielo senza nuvole.
Il clima era caldo e il terreno arido,
ma l’aria era piena di suoni.

Ho attraversato il deserto su un cavallo senza nome
Mi sentivo bene lontano dalla pioggia,
nel deserto puoi ricordare il tuo nome
perchè non c’è nessuno che ti causi dolore.

Dopo due giorni sotto il sole del deserto
la mia pelle ha cominciato ad abbronzarsi.
Dopo tre giorni sotto il sole del deserto
guardavo il letto di un fiume
e la storia che raccontava di un fiume che scorreva
mi ha intristito pensando che fosse morto

Ho attraversato il deserto su un cavallo senza nome
Mi sentivo bene lontano dalla pioggia,
nel deserto puoi ricordare il tuo nome
perchè non c’è nessuno che ti causi dolore.

Dopo nove giorni, ho liberato il cavallo
perchè il deserto era diventato mare.
C’erano alberi ed uccelli e rocce e cose,
c’era sabbia, colline e catene di montagne.
L’oceano è un deserto con la sua vita sommersa
ed una maschera perfetta sopra
Sotto la città c'è un cuore fatto di terra
ma gli uomini non daranno amore

Ho attraversato il deserto su un cavallo senza nome
Mi sentivo bene lontano dalla pioggia,
nel deserto puoi ricordare il tuo nome
perchè non c’è nessuno che ti causi dolore.



- America -






Wooden Ships
( Navi di Legno )

Se mi fai un sorriso io capirò
perché si tratta di qualcosa
che chiunque e dovunque
fa nella stessa lingua


Vedo dalla tua giubba, amico
che sei dell’altra parte
c’è solo una cosa che devo sapere
puoi dirmi per favore, chi ha vinto


Senti, potrei avere qualcuna delle tue bacche viola
sì, le mangio da sei o sette settimane
e non sono stato male una volta
probabilmente ci terranno entrambi in vita


Navi di legno sull’acqua, liberissime, e disponibili
disponibili, insomma, come si pensa che sia
gente argentata sul litorale lasciateci stare
e si diceva che sono molto libere, e disponibili…


Ci assale l’orrore vedendovi morire
possiamo solo fare eco alle vostre grida angosciate
fissare attoniti come muoiono tutti i sentimenti umani
ora partiamo, non c’è bisogno di noi


Andiamo allora, prendiamo una sorella per mano
conduciamola via da questa terra straniera
lontano, dove potremo ridere ancora
ora partiamo, non c’è bisogno di noi


Ed è un vento in favore
che soffia caldo da Sud alle mie spalle
credo stabilirò una rotta e via.


- Crosby, Stills, Nash and Young -



Amleto e il Canale di Sicilia

Strano giorno ieri: negli occhi ancora tutte quelle scene di morte a Lampedusa, la rabbia per chi della vita umana fa commercio ma il dovere di fare lezione come ogni giorno.
Meno male che l'amico Shakespeare mi è venuto in aiuto.
Abbiamo fatto il minuto di silenzio per le vittime del mare proprio prima di cominciare a leggere e commentare il Monologo di Amleto.
Lui non è un personaggio del passato, così come Shakespeare non è un noioso autore che scrive in un inglese antiquato.
Shakespeare ci parla ancora e Amleto parla a tutti noi: ci parla di dubbi e paure, ci parla di incertezze e di disperazione ma soprattutto ci parla di vita e di morte.
La morte viene definita "The undiscovered country from whose bourn no traveller returns..." ( Quel paese sconosciuto dal quale nessun viaggiatore ritorna ).
La vita è "A sea of troubles" ( Un mare di dolore )
Shakespeare ha descritto già questa giornata di orrore ed è per questo che, spiegando il monologo, faccio continui riferimenti alla vicenda di Lampedusa, pongo domande, parlo della paura della morte e della paura di vivere, quando vivere significa soprattutto sopportare " ...the slings and arrows of outrageous fortune..." ( gli oltraggi ed i colpi dell'iniqua fortuna ) - quali oltraggi, mi chiedo, quali dolori hanno sopportato queste persone prima di venire a morire nelle nostre acque?
I ragazzi mi guardano, assorti, mi ascoltano quasi in silenzio e poi, a poco a poco, intervengono ponendo le loro domande, le loro riflessioni sulla vita e la morte...in inglese naturalmente.
Ecco, io penso che il senso del mio mestiere sia proprio questo; è giusto che imparino il periodo ipotetico ed i vocaboli, così da scrivere e parlare in inglese decente, ma  la cosa più importante è che , qualsiasi materia studini, gli serva anche per guardarsi dentro e per capire ciò che gli sta intorno.

A scuola sento parlare ogni giorno di innovazione, di sostituire i libri con gli Ipad (aiuto!), di "snellire" i programmi, di fare lezione con " supporti " multimediali ( che orribile l'italiano della burocrazia e del pedagogese!).
Io, nonostante mi abbiano tolto ore di lezione in tutte le classi ( che ridere! Innovare tagliando le ore di inglese!! ) e nonostante le classi siano ormai dei pollai ( numero medio di studenti 27/28 ) propongo sempre filmati, canzoni, collegamenti con l'attualità,conversazioni, lavori di gruppo come del resto ho sempre fatto e come la maggioranza di noi ha sempre fatto prima che i nostri grandi burocrati lo scrivessero nelle programmazioni.
Però, per favore, non toglietemi Shakespeare e Milton, non spingetemi a fare a meno di Mary Shelley  o di William Blake!
Loro sono miei amici e sono amici dei ragazzi che crescono; ci insegnano ancora tante cose sul mondo e sulle sue vicende, sulla compassione e sull'immaginazione, ma soprattutto ci stanno vicini, con i loro scritti, con le loro parole, proprio nei momenti in cui facciamo più fatica a credere nel genere umano...