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domenica 10 gennaio 2016

Arrivederci

Carissime
carissimi
per il momento questo blog chiude qui.
Durante questi anni l'ho riempito di poesie, ricordi,  video musicali, commenti, citazioni da libri , racconti e altro.
Il senso di questo blog era il viaggio, vero o immaginato, un viaggio immobile, appunto, un mezzo per fantasticare con la mente o per ricordare i viaggi veri, anche quelli nella musica e nella poesia, non solo i viaggi materiali.
Ero davvero entusiasta all'inizio e soprattutto mi aspettavo un dialogo con chi mi leggeva.
Poi sono cominciate le prime difficoltà come i video di Youtube che improvvisamente sparivano dalla rete e che dovevo faticosamente recuperare e rimettere al loro posto ( rivedere tutti i post almeno una volta all'anno e sostituire i video spariti è davvero un'impresa! )
Aggiungiamo a ciò il fatto che il tempo è sempre poco, che sono spesso stanca e che spesso le idee non vengono ed il quadro è quasi completo.
Dico " quasi completo" perchè il problema principale resta quello della mancanza di dialogo con chi mi legge.
Mi rendo conto che Facebook è molto più immediato e diretto, ma davvero non mi so spiegare i pochissimi e risicati commenti che ho ricevuto da quando ho aperto questo blog.
Non importa, ci ho tentato, ma per il momento finisce qui.
Può darsi mi faccia di nuovo viva in futuro, chissà.
Nel frattempo, se mi volete contattare, potete scrivere alla mia mail:
lucianafigini@hotmail.com
o lasciare un commento a questo post.

Vi auguro uno splendido 2016, come al solito alla mia maniera, cioè in musica!
Ciao Luciana



sabato 12 settembre 2015

Il Cuore delle Donne

Qualche settimana fa ho visitato " La grande Madre" a Palazzo Reale a Milano, una  mostra sul potere creativo della donna nell'arte e non solo.
E' un piccolo viaggio dentro il cuore delle donne, dentro spazi ed emozioni che noi tutte conosciamo, in modo razionale o istintivo.
Potete trovare informazioni precise riguardo a questa mostra su Internet; io mi limiterò ad esprimere le mie emozioni e le mie riflessioni di fronte ad alcune opere e testimonianze all'interno di questo evento.



Marisa Merz - Senza Titolo



L'opera di Marisa Merz è una piccolissima fontana, che scaturisce da una specie di piccolo rottame metallico piegato in modo da contenere l'acqua che esce.
Mi emoziona l'idea della sorgente, dell'acqua che riesce comunque a scaturire, anche dai rottami, anche dalle situazioni più difficili. Ecco quello che mi ricorda " Senza Titolo" di Marisa Merz, la potenza delle donne, la loro capacità di dare, anche nei momenti più duri.

 

Sarah Lucas - Mumum


Una giovane donna parla nel suo blog della decisione sofferta di lasciare il lavoro per curare i tre figli: sofferenza, dubbi, rimpianto per avere lasciato un lavoro importante, senso di colpa per tutti i sacrifici che i genitori avevano fatto per farla studiare.
La giovane donna racconta tutto questo quasi chiedendo aiuto a chi legge: " Ho fatto la scelta giusta?" - sembra chiedere.
Io non so se lei abbia fatto la scelta giusta; molto probabilmente, quando i figli saranno cresciuti, rimpiangerà di avere lasciato un lavoro prestigioso e ben pagato, ma la domanda a mio parere è un'altra:
- Quale uomo lascerebbe il proprio lavoro per curare i figli?-
La risposta a questa domanda datela voi, anche se secondo me è scontata, ma la decisione della giovane donna, condivisibile o meno, ci mostra un aspetto della grandezza delle donne, disposte a tutto per i propri figli, ma ci mostra anche la ristrettezza mentale e lo squallore culturale di una società che è ancora contro le donne e che le obbliga a scelte ingiuste.
Dedico l'opera " Mumum " di Sarah Lucas proprio a questa coraggiosa giovane donna: questa specie di sedia a dondolo fatta di calze riempite di morbida bambagia assomiglia proprio a lei, che si è trasformata in nido accogliente e caldo per i propri figli.


Frida Kahlo - La Cerva ferita




Adoro Frida Kahlo, anche se i suoi quadri, per la maggior parte delle volte, mostrano il dolore, fisico e morale, che ha pervaso quasi tutta la sua vita.
Il suo coraggio, la sua passione ed il suo senso di indipendenza e libertà personale, sono dei piccoli fari che ha acceso per tutte noi.
La cerva del quadro riprodotto qui è trafitta da innumerevoli frecce, ma non si ferma e continua a galoppare nel bosco, forse una rappresentazione di quei boschi misteriosi che sono dentro il cuore di ogni donna.
Quante di noi si riconoscono in questa cerva che continua a correre nonostante le frecce?



Louise Bourgeois - Femme


La gravidanza e il parto sono tra i momenti più misteriosi nella vita di una donna: qualcuno cresce dentro di noi e questo è esaltante, ma allo stesso tempo inquietante.
Durante la gravidanza gli stati d'animo sono molteplici: si passa dalla assoluta depressione all'entusiasmo, dalla quiete notturna, durante la quale accarezziamo la nostra pancia e fantastichiamo sull'esserino che si sta formando, alla paura del parto, del dolore fisico e di tutto quello che il futuro ci riserverà.
Poi arriva il parto, dolore assoluto e insostenibile e la nascita - miracolo che nasce dal sangue-  e allora ci sentiamo di colpo vuote ma esaltate da questo meteorite che ci è caduto addosso e che si chiama figlio o figlia.
Sappiamo tutte che da questo momento la vita non sarà mai più la stessa...
Louise Bourges ( che potete trovare anche nel mio vecchio post " Omaggio alle Streghe " del 23 Dicembre 2012 ) esprime con grande chiarezza ed in modo impressionante il dolore legato alla gravidanza, mentre nel quadro che segue Dalì sembra avere perfettamente compreso l'esaltazione e la magia di avere tra le braccia un esserino che diventa tutto il nostro mondo.
Dolore e bellezza della nascita, evento magico che la società tende purtroppo troppo spesso a banalizzare...




Salvador Dalì - Baby Map of the World


L'opera che segue è una di quelle che ti provocano reazioni contrastanti: una serie di carrozzine e passeggini usati, molti sporchissimi e probabilmente usati anche da qualche senza tetto per trasportare le sue povere cose, tutti messi in sequenza uno vicino all'altro.
In mezzo, a formare una specie di sentiero, dei vecchi idranti usati dai pompieri.
Chiedersi razionalmente cosa significhi questa "opera d'arte" e se, appunto, sia da considerare un'opera d'arte o semplice spazzatura, non ha senso.
Come molte opere di arte moderna ci richiede solo di sperimentarla, di immergerci e lasciarci andare.
Passeggiare in mezzo a queste carrozzine malandate provoca tante sensazioni, ma soprattutto provoca tristezza e smarrimento.
Vengono in mente i clochard, i profughi in fuga con i loro bambini e quando si smette di pensare il senso di angoscia ti attanaglia e non sai perchè...
Io l'arte moderna la conosco poco e spesso mi mette in difficoltà, ma se un artista è capace di provocarti il mal di stomaco e qualche ripensamento va sicuramente apprezzato.



Nari Ward - Amazing Grace


Il femminismo, finalmente!
Un'intera ala della mostra a Palazzo Reale è dedicato al femminismo, italiano e straniero.
E qui mi riconosco interamente, questo è un ambito che mi appartiene e che sempre mi apparterrà.
Dal punto di vista politico ho spesso le idee confuse e ammetto di non capire sempre gli eventi del mondo, ma le idee femministe solo lì, in un angolo del mio cuore e non si muovono.
Dai tempi in cui andavo in piazza a manifestare queste idee hanno sempre fatto parte di me, ma non solo dal punto di vista mentale, anche dal punto di vista della pancia.
E' nella pancia che troviamo noi stessi, quello che davvero siamo e che niente può cambiare.




Barbara Kruger - Your Body is a Battleground


Ed ecco le opere d'arte delle grandi artiste femministe, i video ed i posters del movimento di liberazione italiano e mondiale, le foto delle donne che negli anni sessanta e settanta si ribellarono ad una società maschilista che le opprimeva e le rendeva schiave.
Oggi siamo più libere?
Questa è un'altra di quelle domande a cui non so rispondere e alla quale ho spesso tentato di rispondere (vedi post precedente  "Aria cupa" del 21 Febbraio 2013).
Da una parte sembra che le donne abbiano conquistato spazio e libertà personale, dall'altra vedo a scuola la fragilità di queste ragazzine legate all'idea di immagine e bellezza esteriore e sui giornali leggo  le notizie quasi quotidiane di violenza sulle donne.
Forse un pò di sano femminismo un pò intollerante servirebbe anche oggi!


Ketty La Rocca - Senza Titolo


E per finire questo piccolo viaggio un video che mi ha fatto ridere di cuore.
"Semiotics of the Kitchen" di Martha Rosler è un breve video del 1975 ed è una critica divertente contro la mentalità dell'epoca, che vedeva la donna relegata in casa e in cucina.
Le tre famose k tedesche - Kinder, Kueche, Kirche ( bambini, cucina, chiesa ) erano gli ambiti in cui le donne erano relegate in passato.
La protagonista del video si ribella a modo suo contro questa mentalità.
A me fa ridere anche perchè mi sembra la parodia di tante trasmissioni di cucina oggi così famose e che mi hanno sinceramente rotto le scatole!







lunedì 24 agosto 2015

Un Sogno gotico

Ero in ritardo, terribilmente in ritardo: dovevo prendere assolutamente quel treno, ma mi ero attardata troppo in centro a fare compere e a gironzolare senza meta.
Adesso dovevo correre.
Ero scesa dal tram e mi ero avviata alla stazione a passi decisi; faceva caldo, anche se era sera inoltrata.
Guardai l'orologio: le 19,30 - era tardissimo !
C'era un bel pezzo di strada dalla fermata del tram alla stazione e, mentre mi affrettavo a grandi passi, già pensavo alla strigliata che mi avrebbe dato mia madre nel vedermi rientrare così tardi.

Che strana sensazione: mi pareva che il pezzo di strada fino alla stazione fosse più lungo del solito...
Le luci dei negozi e dei bar si andavano spegnendo a poco a poco ( già a quest'ora? ) e centinaia di persone si affrettavano verso casa.
Non riuscivo a vederle in viso: chi aveva un cappello che gli copriva la faccia, chi andava troppo in fretta per riuscire ad osservarlo, chi ( ma era un pensiero assurdo ) sembrare voltare deliberatamente la faccia dall'altra parte appena mi incrociava.

In meno di dieci minuti tutto era vuoto e silenzio.
Ed io non ero ancora arrivata alla stazione.
Ma quando finiva questa strada?

Improvvisamente cominciò a fare freddo, come se fosse arrivato già l'autunno.
I sandali mi facevano male ai piedi.
Iniziò a piovere, leggermente.
In pochi minuti mi ritrovai initirizzita e completamente bagnata da capo a piedi.
La fibbia di un sandalo si era rotta e, del resto, non riuscivo più a portarli.
Così me li tolsi e li tenni in mano.
Cominciai a camminare scalza nell'acqua e nel fango.

Finalmente da lontano vidi le luci della stazione; mi scappò l'occhio sull'orologio del piazzale antistante: le dieci!
Pazzesco, non poteva essere!
Era da due ore e mezzo ore che camminavo!
Ma come era potuto succedere?
Mi lasciai andare, esausta, su di una panchina: l'ultimo treno partiva tra un quarto d'ora, potevo riposare un pò.  

Notai che nella stazione non c'era anima viva: solo io.
Anche le biglietterie erano già chiuse da un pezzo.
Neppure un bar dove poter bere qualcosa di caldo, qualcosa che mi rincuorasse...ma che diavolo stava succedendo?
Guardai il tabellone degli orari: annunciava il mio treno.
Sospirai e mi rialzai faticosamente: almeno quello lo avrei preso sicuramente.

Mentre mi avviavo al binario notai una strana figura che si aggirava nella stazione: un tipo alto, dinoccolato, vestito di rosso, capelli neri, valigetta e viso pallidissimo, quasi bianco.
Mi avvicinai per chiedergli conferma del binario, ma improvvisamente il tipo sparì, senza neppure darmi il tempo di rivolgergli la parola.
Riapparve dieto di me, sogghignando divertito.
mi fissò in viso e scomparve di nuovo.

Ero confusa ed incapace di reagire: avevo la netta sensazione di conoscerlo...
Riapparve vicino al chiosco dei giornali e mi fece un cenno perchè lo seguissi.
Non so perchè lo feci, ma gli andai dietro.
Il tipo continuava a sghignazzare e prendersi gioco di me, sparendo e riapparendo continuamente.
Era chiaro che, alla sua maniera, mi stava accompagnando al treno.

La stazione era umida e sporca ed un vento freddo soffiava tra i treni in attesa.
Ero sconcertata eppure stranamente attratta da quel tipo bislacco.

Non feci in tempo a continuare nelle mie meditazioni: un urlo spaventoso, proveniente dall'ingresso della stazione, mi gelò.
Mi affrettai verso il treno, correndo.
L'urlo si ripetè, molto vicino.
Qualunque cosa fosse sentivo che stava inseguendo proprio me.
Inciampai in qualcosa, mi rialzai facendo cadere parte dei pacchetti che avevo con me.

Dovevo correre.

Raggiunsi finalmente il treno: il tipo bislacco era sparito e l'urlo era cessato.
Ero sporca, stracciata e piangente di paura...
Mi rincuorai un pò vedendo che il treno era pieno: qualcuno mi avrebbe aiutato.
( Ma come mai la stazione era vuota ed il treno era pieno? )
Osservai i passeggeri affacciati ad un finestrino...e all'improvviso capii...

Erano immobili, come immobili erano tutte le altre persone sedute nei vari vagoni.
Tutti bianchi in viso, apparentemente sereni...sereni nella loro quiete eterna!
Mi sembrava di impazzire: urlai, urlai come una pazza.
Dov'ero? Chi ero? Cosa mi era successo?

La risposta alle mie domande venne quasi subito, quando, voltandomi di nuovo verso un finestrino MI VIDI, affacciata, immobile, con una sigaretta in mano e lo sguardo fisso nel vuoto...

- Luciana Figini - ( scritto probabilmente verso la metà degli anni 70 )






venerdì 21 agosto 2015

Estasi



Talvolta
i miei sensi miopi
e limitati
si affinano
improvvisamente
come toccati
da una bacchetta magica

Ed allora
percepisco chiaramente
l'estasi del pioppo
accarezzato
e poi travolto
dal vento di tempesta

il girotondo impazzito
delle rondini
e dei corvi
che si lasciano trasportare
senza opporre resistenza
in questo cielo plumbeo
che ha già
il profumo della pioggia

- Luciana Figini -













venerdì 10 luglio 2015

Antichi Angoli di Brianza


Ho appena terminato il mio lavoro di commissario esterno di maturità presso l'Istituto Agrario di Limbiate.
Quando ho ricevuto la nomina ero un pò scettica: che c'entro io con un Istituto Agrario ?
In effetti, quando ho visto il programma di inglese e ho conosciuto i miei colleghi di commissione lo scetticismo è aumentato: per la maggior parte del tempo questi studenti si impegnano su materie di indirizzo e quindi i programmi vertono per la maggior parte su nozioni di botanica, agricoltura, allevamento degli animali, piantagioni, viticoltura e via dicendo.
Mi ha divertito molto chiedere in inglese brani riguardanti la costruzione di una stalla moderna o la storia della fillossera e mi hanno divertito anche molte delle tesine presentate, su argomenti a me sconosciuti: la pastorizia, la falconeria, la coltivazione dell'uva, il cavallo e altri argomenti simili.



Villa Pusterla-Crivelli


Ma quello che più mi ha incuriosito è il luogo.
L'istituto è posto all'interno della Villa Pusterla-Crivelli di Mombello: appena si entra ci si trova in mezzo a due campi di granoturco.
Poi si prosegue in mezzo ai campi e si parcheggia sotto degli alberelli.
Infine si sale verso l'istituto ( mamma mia, quante scale! ) passando vicino ad un pollaio, ad una serra ed ad una stalla.
In mezzo a tutto questo troneggia la bellissima villa, sede dell'istituto.
Si ha l'impressione di tornare indietro nel tempo, di rivedere la Brianza come era una volta, prima della sua industrializzazione.
Se si è fortunati, nel boschetto adiacente o sui prati dietro la villa, si possono vedere degli asinelli ed un piccolo gregge di pecore "razza brianzola" a spasso sotto il sole o all'ombra degli alberi.







Devo ammetterlo: è stata la mia migliore maturità.
Il contesto e la situazione nella quale ci si trova a lavorare è davvero il sogno di ogni commissario d'esame: temperatura gradevole, data dai muri molto spessi della villa, posto per l'auto all'ombra, tanti alberi e tanto fresco, personale della scuola gentilissimo.
Non è poco, se pensiamo che la regola è quella di lavorare in scuole che sono cubi di cemento, con temperature insopportabili e con parcheggi adiacenti bruciati dal sole tutto il giorno.



Giardino interno della Villa




Villa Pusterla-Crivelli è una villa settecentesca in cui soggiornarono Ferdinando IV di Borbone e Napoleone, che la utilizzò come suo quartier generale.
Nel 1863 venne acquistata dal Comune di Milano che la utilizzò come manicomio fino all'entrata in vigore della legge Basaglia del 1978.  
Oggi ospita appunto l'Istituto Agrario Castiglioni ed una azienda agricola, che cura le serre, i campi e gli animali.






E' davvero un posto incredibile, un piccolo lembo di vecchia Brianza e di storia messo vicino ad uno dei centri commeciali più grandi della zona ( quello di Limbiate ), a ricordarci com'era questa zona una volta.
Il passato ovviamente non è tutto rose e fiori, soprattutto se pensiamo ai lunghi anni del manicomio di Mombello, ma sicuramente luoghi e atmosfere come queste da noi sono ormai rarissime.






  Fotografie di Luciana Figini




martedì 13 gennaio 2015

Un'Aliena all'isola di Ponza


La prima volta che arrivai all'isola di Ponza era il 1977, cioè una vita fa.
Con Sandro stavamo già insieme da un anno, ma l'impatto con la sua cultura d'origine per me fu abbastanza traumatico.
A Milano lui si comportava esattamente come noi e quando si andava in vacanza assieme con il gruppo di amici anche lui dava una mano, come tutti,  a preparare da mangiare e a lavare i piatti.
Le cose cambiarono quando arrivammo a Ponza.
Mia suocera all'epoca era una vigorosa donna di mezza età con tutte le sue certezze ben stampate in testa, io ero una vigorosa femminista con tutte le mie certezze altrettanto ben stampate in testa.
Potete immaginarvi lo scontro, soprattutto quando vide il figlio lavare i piatti!
Ricordo con molto affetto le parole che Nannina diceva al figlio a bassa voce per non farsi sentire da me “ Tu sì scemo! Solo i femmine lavano i piatti!
Per qualche tempo non seppi come comportarmi con questa donna meridionale orgogliosa e attaccata alle proprie certezze.
Poi, con l'andare degli anni ci avvicinammo e cercammo entrambe di smussare i nostri angoli troppo appuntiti e di comprenderci.
Quando Nannina morì soffrii quasi come se fosse morta mia madre.
Io forse le avevo portato qualcosa di nuovo ed inatteso in casa; lei mi aveva insegnato a rapportarmi con un mondo completamente diverso dal mio.






Ci sono tanti aneddoti di quegli anni, ma ovviamente non posso raccontarli tutti.
Un ostacolo terribile era il dialetto: non so le volte in cui ho fatto delle figure di m.... perchè non capivo o travisavo.

Lucia!( Luciana ) chesta zuppa è nu poco sciocca!”
Perchè non ci hai messo il sale doppio?”
Che una minestra potesse essere stupida o che il sale potesse essere “doppio” non me lo sapevo proprio spiegare.

Domani è l'onomastico di Nannina; amma fa a pizza!”
Strano paese, dove si festeggia l'onomastico ( a Milano non si festeggia ) e per di più con la pizza, non con la torta...poi arriva Lina con una torta ed io rimango ancora più confusa: “ Ma non dovevi fare la pizza?”     “ E chesta è a pizza!” “ E va beh, allora la pizza come la chiami?” “E chella è a pizza napulitana!”

E poi il “mellone i pane” e “il mellone i acqua”, i “friarielli” e “a petrusina”...a volte non sapevo cosa avrei visto nel mio piatto...

Una volta mio nipote Davide è stato da noi per qualche mese ed è capitato che ascoltasse della gente parlare in milanese.
Ovviamente lui non capiva nulla, allora si è girato verso di me e mi ha detto: “ Ah zì , mo aggia capito come ti sentivi le prime volte che venivi a Ponza!”

E poi le urla.
Io ero abituata alle urla di mio padre in famiglia, ma se urlava voleva dire che era arrabbiato.
Qui urlavano tutti senza motivo ed io ogni volta mi spaventavo.
Una volta mio cognato Livio si era messo ad urlare con un cugino ed io ero convinta che sarebbero venuti alle mani, così chiamai Sandro preoccupatissima.
Ma quelli stanno solo discutendo, non ti preoccupare!”

A parte gli aneddoti simpatici il mio rapporto con l'isola di Ponza è sempre stato abbastanza controverso.
Da una lato la mentalità meridionale mi piaceva un sacco; in casa mia gli ospiti erano rari e accuratamente selezionati, in casa di mia suocera “ si allungava la tavola” ; appena arrivava una persona, che fosse un parente, un amico o un semplice passante era sempre il benvenuto.
E questo per me era sorprendente; da Nannina si respirava sempre aria di famiglia, di comunità, cosa piuttosto sconosciuta sulle tavole delle famiglie brianzole.

D'altro lato, però, soffrivo della mancanza di spazi privati e di riservatezza.
In casa poteva capitare chiunque a qualsiasi ora e questo era divertente ma a volte anche un po' scocciante.

Ricordo una passeggiata solitaria un pomeriggio di agosto di tanti anni fa, da Calacaparra alla Chiesa; ad ogni angolo c'era qualcuno che mi salutava, che mi chiedeva che facevo, come mai ero da sola, e come mai non c'era Sandro e dove andavo a quell'ora e perchè non prendevo la corriera...ecc ecc....

A volte mi sentivo un po' schizofrenica: a Milano i rapporti con i miei parenti e con i miei concittadini erano spesso formali o a volte distaccati; a Ponza venivo catapultata in un mondo in cui la famiglia era al centro di tutto e nel quale l'ospitalità, ma anche il “farsi gli affari degli altri” erano degli imperativi.

Con il passare del tempo i rapporti con i miei parenti ponzesi divennero via via sempre più cordiali; spesso alcuni di loro venivano da noi in inverno oppure passavano dei periodi più o meno lunghi in casa nostra e questo mi aiutò a comprenderli e a scoprire il loro grande potenziale di umanità e di solidarietà.






lunedì 1 dicembre 2014

Cara Amica

E' una lettera immaginaria, dedicata con affetto a tutte le donne.





Cara amica,
chi ti scrive è una signora ormai di mezza età con un passato da ribelle e da femminista.
Forse non dovrei parlare di passato, perchè, nonostante l'età, femminista lo sono ancora, anche se a modo mio.
Ho passato anni della mia vita da ragazza a costruirmi come donna, a partecipare alle proteste e a scendere in piazza per quello in cui credevo.
E risultati ne abbiamo ottenuti; se l'Italia non è più uno stato medievale, se abbiamo ad esempio un'ottima legge sul diritto di famiglia ed una contro la violenza sulle donne, lo si deve anche a tutte le femministe che hanno riempito le piazze negli anni settanta e ottanta.

Io non so se oggi gli episodi di violenza verso la donna sono effettivamente aumentati o se invece se ne parla di più.
La mia percezione è che siano davvero aumentati.
La mia percezione è che il rispetto verso le donne sia diminuito e che le ragazze e le giovani donne di oggi stiano diventando più fragili.
Ascolto certi ragionamenti da parte di alcune mie studentesse e mi vengono un po' i brividi, leggo i testi di alcune canzoni, come “Love the way you lie” di Rhianna e qualche pensiero me lo faccio.
Quando nella canzone lei dice “Te ne starai lì a guardarmi bruciare : beh, va bene perché mi piace il modo in cui fa male “ qualche dubbio mi viene.

Qualcuno, non so chi e non so perchè, sta cercando di convincere le nostre ragazze che, va beh, dopo tutto un uomo può fare degli errori e magari alzare un po' le mani.
E' una specie di messaggio subliminale, che passa in modo sottile e che attraversa la nostra vita quotidiana senza neppure che noi ce ne accorgiamo; passa attraverso la rete e le canzoni, passa attraverso le famiglie in sofferenza per la crisi economica e le separazioni, passa attraverso le storie di ragazzi e ragazze lasciati soli durante la loro crescita ed in cerca di nuovi modelli e stili di vita che possano compensarli per la disattenzione dei loro genitori.

Ed allora senti che la tua studentessa così carina e a modo non può venire alla pizzata della classe  perchè il suo ragazzo non vuole, oppure un'altra non ha il coraggio di lasciare il suo di ragazzo, geloso in modo preoccupante, perchè la solitudine le fa più paura di un rapporto malato.

Cara amica, io dico che dobbiamo finalmente svegliarci e forse ridiventare tutti un po' femministi, non solo le donne ma tutti gli esseri umani.
Dobbiamo reintrodurre con forza il concetto di rispetto in tutti i tipi di rapporti umani, tra uomo e donna, tra genitori e figli, tra amici e vicini.
E poi dobbiamo un po' reintrodurre badilate e badilate di libertà e di fiducia in se stessi in tutta la società.

Le mie ragazze a scuola sono splendide, sono belle, intelligenti, divertenti, creative, MA C'E' BISOGNO DI QUALCUNO CHE GLIELO DICA!
C'è bisogno che queste ragazze prendano la loro vita in mano ed imparino a farsi rispettare e ad amare se stesse.
Ecco perchè è necessario reintrodurre il femminismo in questa società.
Non per fregare i maschi, ma per viverci insieme in modo rispettoso e costruttivo, per essere in grado di vivere anche da sole se necessario, per non avere paura del giudizio di chicchessia.
E' una vendetta meschina e disprezzabile quella di certe donne che, dopo una separazione, costringono i mariti a non vedere i figli o a dormire in macchina per pagare gli alimenti.
Questo non è femminismo.
Femminismo significa partire sempre e comunque dal rispetto e dalla ricerca dell'uguaglianza, dei pari diritti e della pari libertà.
E questo significa anche non accettare mai, in nessuna forma , il sopruso e la violenza verbale e fisica.
Se lui ti schiaffeggia una volta lo farà ancora; se ti insulta davanti a tuo figlio, lo farà ancora.

Cara amica, noi donne siamo belle, fiere, capaci, grandi lavoratrici, grandi pensatrici.
Siamo capaci di sopportare le avversità ed il dolore meglio di chiunque altro, siamo il centro di ogni famiglia, siamo furbe ed innovatrici, siamo capaci di fare mille cose e poi di abbracciare e coccolare i nostri figli.
Siamo delle compagne coraggiose, che appoggiano i propri mariti o compagni come forse loro non sarebbero in grado di fare, siamo libere ed indipendenti dentro e fuori, sappiamo cavarcela in ogni situazione,siamo il motore che muove il mondo, ogni giorno, in ogni luogo del mondo.
Siamo noi che mettiamo al mondo i figli e li cresciamo, che accorriamo appena qualcuno è malato o in fin di vita.
Siamo scienziate, astronaute e manager, artiste, giornaliste, capi di stato o semplicemente lavoratrici insostituibili in tutti i campi.
Siamo noi che sappiamo curare le persone care e stare vicino a chi nasce e chi muore.
Siamo noi che non molliamo i figli qualsiasi cosa succeda e qualsiasi malattia o problema abbiano.

Cara amica, noi siamo tutto questo e se ne saremo orgogliose, se ne saremo consapevoli, se non ci faremo mettere i piedi in testa, non avremo mai paura di nessuno.
E un mondo di donne coraggiose e sicure di sé è un bel mondo nel quale vivere, anche per gli uomini.

- Luciana Figini -





sabato 29 novembre 2014

Statua di Ghiaccio


Vorrei che il blu
mi entrasse
profondamente
nel sangue

Lo sentirei scorrere
dapprima come un rivolo freddo
poi come ruscello ghiacciato

Percepirei il suo gelo
in ogni mia cellula

Il gelo di una notte stellata
il freddo di un ghiacciaio
che si scioglie nel suo azzurro

Lentamente
sentirei il mio corpo congelarsi
e mutare colore
arto dopo arto
ossa dopo ossa

Il blu elettrico
vetrificante
mi congelerebbe la linfa
mi bloccherebbe nel freddo
mi trasformerebbe
in una azzurra statua di ghiaccio

Niente più
mi potrebbe muovere
o commuovere

Nulla più mi farebbe
amare / soffrire / condividere / fingere /
ridere / disperare / abbandonare /
impazzire / deprimere / appassionare /
annoiare / invecchiare / morire /
Di me
solo si direbbe:

Splendida quella statua di ghiaccio
attraverso la quale il sole brilla!”

- Luciana Figini -







domenica 16 novembre 2014

In certi Momenti...


In certi momenti l'anima si perde e sembra non riuscire a ritrovarsi...





Sopra ad una zattera
arsa dal sole
bagnata dalla pioggia

Non più pesce di profondità
non più gabbiano
di cieli sconfinati

galleggio
 sopra queste acque infinite
domandandomi
su quale isola
la prossima tempesta
mi lascerà naufragare...

- Luciana Figini  

 

sabato 18 ottobre 2014

Il grandissimo Fratello

Inizio d'anno scolastico frenetico e faticosissimo: 6 classi, di cui 4 nuove e quindi un mare di nuovi nomi e cognomi da imparare e un mare di verifiche da correggere, una quinta di 32 studenti ( sì, avete letto bene, 32 ) e quindi un lavoro di programmazione ad hoc per questa mega-classe, una nuova preside molto efficientista e vogliosa di organizzare riunioni e consigli di classe tutte le settimane e...il registro elettronico...

All'inizio dell'anno scolastico avevamo ancora uno pseudo registro cartaceo in attesa di attivare quello elettronico; timori e ansia, almeno da parte mia e di altri colleghi non molto tecnologicizzati e poi via, si parte con l'esperimento.
Dopo la paura iniziale devo dire che tutti hanno imparato: il sistema è piuttosto semplice e così anche noi babyboomers, anzianetti e imbranati, siamo riusciti ad entrarci.



D'ora in poi tutto quello che succede nelle classi entra nel registro elettronico: argomenti delle lezioni, voti, assenze, ritardi, note disciplinari, recuperi, circolari ecc.
Un gran bel passo verso una nuova scuola, questo è sicuro; un gran bel risparmio di carta e di tempo per tutti, una grande possibilità per tutti i genitori di controllare il lavoro fatto in classe e...di controllare i propri figli...

E a questo punto che comincio a pormi un pò di domande...
Bello che un genitore sappia subito i voti del pargolo, bello che possa controllare se bigia o se arriva in ritardo...o no?
Mia figlia ha fatto subito un'osservazione molto "terra terra" : "Beh, ma allora non si può più bigiare?" 
In effetti no, non si può più bigiare, ma non si può più neppure nascondere i voti presi a scuola.

Quando andavo al liceo a volte qualche votaccio negli scritti di matematica o di tedesco lo prendevo, ma mi guardavo bene dal dirlo.
Poi sapevo che, con l'interrogazione orale, avrei rimediato, quindi un 5 nello scritto ed un 7 nell'orale facevano 6 di media ed io comunicavo il 6 ai miei, non il 5 o il 4.
Un'altra cosa erano le bigiate: le posso contare sul palmo di una mano, erano pochissime, ma il gusto della trasgressione era comunque molto, molto dolce (vedi mio articolo del 14 dicembre 2012: " Una bella Bigiata e i Jefferson Airplane ")
Ricordo con affetto anche un'altra bigiata al Parco Lambro con la mia amica Manuela a cantare le canzoni di Guccini e a mangiare la focaccia comprata nella panetteria vicina.



Questo non sarà più possibile d'ora in poi: sempre più scuole si stanno attrezzando col registro elettronico ed i nostri ragazzi saranno sempre più sorvegliati e controllati.

A volte penso che davvero George Orwell sia stato troppo ottimista: quando ha creato il suo Grande Fratello ha previsto delle forme di controllo individuale che poi si sono davvero avverate, ma penso che non abbia mai potuto immaginare che il controllo delle persone potesse arrivare a questi livelli.
I nostri ragazzi diventeranno come dei soldatini, sempre inquadrati e controllati; molti genitori saranno contenti, così sapranno sempre cosa fanno i loro pargoli e ciò li tranquillizzerà.
Io?...non so perchè, ma tutto questo mi lascia un pò di amaro in bocca: come insegnante dovrei essere contenta, come ex studente ( in fondo io non sono mai cresciuta dentro ) mi dispiace che questi nostri ragazzi non possano più permettersi di essere un pò bugiardi, un pò furbi, un pò stupidi, un pò trasgressivi come lo siamo stati tutti alla loro età ...


giovedì 28 agosto 2014

Sì, viaggiare!

La scorsa settimana siamo arrivati in Stazione Centrale a Milano, dopo un confortevolissimo viaggio Roma-Milano in business class.
Al sabato paghi un biglietto e ne prendi due, così abbiamo approfittato dell'offerta.
La Stazione di Milano oggi è moderna e attrezzata, pulita e piena di negozi ( un pò troppi negozi! ).
Il contrasto tra la sua struttura di origine fascista ed il suo interno modernissimo è davvero stupendo: penso che la ristrutturazione di questo edificio sia una delle cose più riuscite di Milano.
Ricordo che un nostro amico straniero, arrivato in Italia in treno, era rimasto colpito dalla bellezza di questo contrasto.



Inevitabile, per quelli della mia età, ripensare a com'era la Stazione Centrale una volta e fare dei confronti.
Per me questo luogo ha sempre avuto un significato simbolico: i miei primi viaggi con lo zaino sulle spalle o con un valigione senza rotelle li ho fatti, da sola o in compagnia, partendo da questa stazione.
All'epoca viaggiare significava proprio questo; bagagli pesanti, treni sempre in ritardo, Milano-Roma in dieci ore, una notte intera per arrivare in sud Italia o in Germania, vagoni sovraffollati e puzzolenti e lei, la Stazione Centrale,che scrivo in maiuscolo quasi per reverenza, sporca, disorganizzata e non proprio un posticino raccomandabile, vista l'alta percentuale di senzatetto, ladruncoli, tossici e varie altre razze umane.



Ricordi si affollano alla mente, uno dopo l'altro.
La parola " libertà " aveva senso quando arrivavo qui, qualunque fosse la mia meta.
Il viaggio, quello vero, con tutti i suoi momenti positivi e negativi, iniziava proprio alla "Centrale".
Un aneddoto:

- Agosto 1976:
Zaino acquistato alla fiera di Senigallia, meta Trebisacce, in Calabria.
Ci incontriamo alla Stazione Centrale: siamo tutti esaltati e non vediamo l'ora di partire.
Molti di noi hanno appena fatto la maturità e questo è il primo viaggio in compagnia degli amici.
Ci posizioniamo sul binario dove arriverà il treno per il sud, dopo avere fatto una coda infinita alla biglietteria ( altro che " booking on line " ! ).
Siamo davvero fuori di noi dalla contentezza: c'è un amico che ha portato la chitarra.
Senza problemi ci sediamo per terra e cominciamo a cantare insieme le solite canzoni di Guccini e degli Intillimani. A me piacerebbe ogni tanto anche una canzone un  pò più pop, che so Stevie Wonder o Jackson 5, ma il chitarrista ha un repertorio piuttosto limitato - al massimo si può chiedere Claudio Lolli o Ivan della Mea ( sai che sballo! ).
Ad un certo punto vediamo arrivare di corsa una marea di gente, con borse e valigie di tutti i tipi, che si precipita verso il treno in arrivo: non capiamo e continuiamo a strimpellare "La Locomotiva".
Strano, siamo rimasti soli sul binario; va beh, il treno sta arrivando.
Immaginatevi le nostre facce, quando scopriamo che la massa di persone di prima ha preso d'assalto il treno ben prima che si fermasse ( allora gli sportelli si aprivano a mano ) ed ha occupato già tutte le carrozze!
Mentre c'è un gran vociare in tutti i dialetti meridionali possibili e gente letteralmente lancia valigie e bambini attraverso i finestrini del treno, noi rimaniamo paralizzati a terra, senza sapere che fare.
Era un treno per il sud, quindi era stato preso d'assalto dagli immigrati meridionali che tornavano a casa per le vacanze.
Risultato: un viaggio di quasi 13 ore per la Calabria ammassati nel corridoio, tra zaini e sacchi e pelo, con appena lo spazio sufficiente per respirare.
Disperati? Affranti? Per niente; solo divertiti dalla nostra stupidità e morti di risate alla vista del nostro chitarrista, costretto a viaggiare con la chitarra ritta davanti agli occhi e senza la possibilità di muoversi.
Ad ogni fermata del treno venditori abusivi di panini e acqua spuntavano da tutte le parti e davanti ai finestrini del treno iniziava un parapiglia infinito.
Un bel casino, ma proprio grazie a quei venditori abusivi non siamo morti di fame e di sete!
Un viaggio infinito, un viaggio scomodissimo; un viaggio bellissimo!




Cos'altro ricordo della Stazione Centrale allora?
Una specie di chiosco centrale dove potevi comprare di tutto, dai giornali alle bibite, dai panini alle caramelle.
Tanti sbandati e tanti venditori abusivi, i cessi sempre sporchi, l'affollamento inumano davanti alle biglietterie...e poi il Museo delle Cere!
Ve lo ricordate? Mentre si aspettava il treno si poteva entrare e vedere le statue di cera di Dante o di Totò.
Mi è molto spiaciuto quando lo hanno smantellato: non era certo Madam Tussauds, ma faceva la sua figura.
Volete sapere che fine hanno fatto le statue del Museo delle Cere della Stazione Centrale? Ecco cosa ho trovato in rete:

http://www.02blog.it/post/7615/dove-sono-finite-le-statue-del-museo-delle-cere-di-stazione-centrale




A partire dagli anni settanta e senza mai smettere ho preso spesso dei treni in partenza dalla stazione Centrale, passando dai "rapidi" agli Intercity, dalle "cuccette" ai Wagon Lits, fino ad arrivare ai comodissimi treni veloci odierni.
Non so per quale ragione, ma l'idea di viaggio, quello vero, per me è sempre stata collegata al treno, più che all'aereo o all'auto.
Con l'aereo parti da un luogo e arrivi ad un altro, senza vedere nulla di quello che ci sta "in mezzo"
Con l'auto fai più o meno lo stesso, in modo più lento: non conosci altre persone al di fuori di quelle che viaggiano con te.
In treno hai la vera sensazione del viaggio, gente nuova ad ogni fermata, qualche chiacchierata con persone sconosciute, il paesaggio che scorre davanti a te e che puoi ammirare senza l'assillo della guida.
Ricordo quando andavo a trovare i miei genitori, che svernavano in Liguria.
Ogni viaggio era un incontro, uno scambio di idee, un paesaggio visto dal finestrino e lei , la Stazione Centrale, sempre lì ad accogliermi, all'andata e al ritorno, col suo odore di macchine, panini e gente sudata, una specie di seconda casa, una specie di monumento al viaggio e alla vita, che è anche lei un viaggio...







giovedì 5 giugno 2014

Il tappeto di Stelle

L'estate si avvicina e con lei i ricordi di una lontanissima infanzia.
Quando ero piccola le sere d'estate si riempivano delle grida dei bambini che giocavano sui marciapiedi  ed in mezzo ai campi.
Questo è un racconto scritto tanti anni fa ricordando quei tempi lontani.
E' vero, è un pò lungo, ma cercherò, come al solito di inframmezzarlo con musica e illustrazioni .
Buona lettura!






Dalla finestra si sentono le voci degli altri bambini che chiamano: Anna, Pierino, Giuliana, Lorenza e Donato sono già nel cortile e chiamano Pietro a gran voce.
E’ una caldissima sera di luglio e, come al solito, la banda dei bambini che abitano in via Madonnina si sta raccogliendo per un’altra stupenda serata di gioco, risate e litigi.
Pietro sta finendo di mangiare: vorrebbe affrettarsi per raggiunger i compagni il più presto possibile, ma la cotoletta che sta divorando è troppo gustosa per lasciarla nel piatto a metà.
Forza, ancora un boccone e poi via. Pietro fa per precipitarsi verso le scale ma poi si ferma ancora un momento: e il dessert?
Cercando di non farsi vedere dai genitori, che sono in sala a guardare il telegiornale, torna qualche passo indietro verso la cucina.
Ecco, un bel panino con la Nutella è quello che ci vuole, ma bisogna fare alla svelta, perché se no la mamma lo sgrida (“Sei troppo grasso, Pietro, non devi mangiare più dolci e gelati!”) ed i compagni si arrabbiano (“Dai Pietrone!”-gridano-“ti vuoi decidere o no?”).
Alla velocità della luce il bimbo è riuscito a prepararsi il panino agognato ed ora corre per le scale tenendosi con una mano alla balaustra; l’altra mano è impegnata a tenere stretto il panino prelibato che sta consumando con grande soddisfazione.
Ridono gli amici quando lo vedono: ha un grosso baffo di Nutella sopra le labbra , la bocca rigonfia di panino e briciole ovunque sulla maglietta.








Davanti alla casa di Pietro c’è un enorme campo di grano già mietuto: i contadini hanno lasciato covoni di paglia ovunque.
Alla fine di questo campo, in direzione di Palazzolo , ce ne sono ancora a perdita d’occhio.
Questi campi sono la palestra dei ragazzi , la loro casa, il loro campo di calcio, la loro libertà.
Sul lato della casa di Pietro c’è ancora quella strana scritta gigantesca che hanno fatto gli anarchici (così gli ha spiegato il papà, anche se non è riuscito bene a spiegargli chi siano questi anarchici):

VALPREDA INNOCENTE

La cosa più strana è che non si capisce bene come abbiano fatto a scrivere queste parole così in alto.
L’altro giorno Pietro ha voluto imitare gli anarchici ed ha scritto sullo stesso muro, ovviamente molto più in basso, utilizzando dell’erba fresca legata stretta.
Il risultato è stato un sonoro ceffone da parte del padre e l’impegno di cancellare tutto con acqua e sapone.
Pietro non capisce perché non cancellino anche l’altra scritta: è forse più bella della sua?
Il mondo dei grandi è a volte incomprensibile.






Si comincia a giocare, finalmente: il primo gioco è il salto ad ostacoli nel campo.
Vince chi arriva prima alla fine del campo saltando i covoni di grano.
Giuliana è la più veloce, insieme a Pierino, chiamato così perché estremamente magro, a differenza del grasso Pietrone.
I due corrono a perdifiato verso la fine del campo.
Giuliana ha già tredici anni ed è la più grande del gruppo, è molto veloce e molto orgogliosa di farlo vedere, soprattutto a Pierino, per il quale ha un certo debole.
Certo il Pierino ogni tanto fa delle cose molto schifose, tipo mettersi in bocca i lombrichi, ma ha degli occhi e dei capelli scurissimi, che attirano Giuliana.
Giuliana ha il corpo scattante, lunghi capelli scuri ed occhi azzurrissimi e corre come una gazzella.
Come previsto i due arrivano alla pari in fondo al campo: tutti gli altri , ormai sono più di una decina, li raggiungono ansanti.
Pietro si è fermato molto prima ed ora si riposa sopra un covone.
Sa di essere il più imbranato ma prende tutto con filosofia e non si arrabbia.
Adesso sta arrivando anche il Fabio.
Abita in una villetta dall’altro lato della strada e suo padre ha una importante azienda.
Indossa sempre vestiti puliti ( dicono che la mamma lo obblighi a farsi il bagno tutti i giorni ), ma alla fine della serata è sporco e sudato come tutti gli altri.






Ora c’è un momento di pausa: è l’ora del gioco dei verbi e delle belle statuine.
Tutti si siedono sui gradini davanti alla bottega dello zio Silvio e si comincia.
Roberta comincia:“ R….are” ed imita una persona che ricama.
Il verbo viene prontamente indovinato. Segue il Donato che, imitando un discobolo greco , propone “L…..are”- lanciare.
Poi intervengono Pierino e Pietrone e si comincia a farsela addosso dal ridere.
Pierino propone “C…..are” ed imita una persona sul water e Pietrone dice : “P……..are” e fa finta di aprirsi i pantaloni davanti .
Qualcuno protesta, volano sassi verso i due ma poi tutti scoppiano in risate irrefrenabili.
La Lorenza, dal gran ridere, cade dal gradino e manca poco che non se la faccia addosso.
Poi arrivano le belle statuine: ognuno sceglie una movenza o un’espressione e si immobilizza , proprio come una statua .
Le statue più cretine sono ovviamente quelle di Pierino e Pietro , che si sono immobilizzati con la lingua fuori l’uno verso l’altro.

Adesso si parte col nascondino, il gioco più amato in assoluto.
Davanti alla casa di Pietro c’è un capannone in costruzione, pieno di anfratti e posti bui: l’ideale per nascondersi.
“Amblimbero chebichebò, prendi amorettina te la voglio dare , a star sotto tocca proprio a te…”
Dopo la conta è la Tina , la più piccola di tutte, a star sotto e a contare con la faccia contro il muro, mentre tutti gli altri si nascondono.
Pietro cerca un posto originale, per non farsi trovare subito come al solito.
In mezzo al cortile c’è una ruspa con il cucchiaio alzato.
Pietro si ci pensa su un sacco per cercare di capire come ci può arrivare, finchè vede una scala.
L’appoggia di gran fretta alla ruspa (“Presto! Gli altri si sono già tutti nascosti!) e ci si arrampica, non senza difficoltà.
Appena arriva in cima fa uno scarto con il piede ed inavvertitamente fa cadere la scala : “E adesso come scenderò?”- pensa.
La situazione è certamente delle più complicate: se non lo aiutano non riuscirà a scendere , ma d’altra parte Pietro pensa anche che sarà davvero difficile per gli altri trovarlo.
Il bimbo è pieno di dubbi: se invoca aiuto tutti rideranno di loro, se se ne sta lì sopra avrà una grande possibilità: vincere per la prima volta a nascondino.
A come scendere penserà dopo.









Pietro si accomoda alla belle e meglio (“Non è nemmeno tanto scomodo”-pensa) e aspetta che la ricerca cominci.
Ad uno ad uno i compagni vengono scovati dalla piccola ma furbissima Tina, che se la ride di tutti .
Il suo riso sembra riempire l’aria e per la prima volta Pietro lo trova davvero delizioso.
Non se n’era accorto mai prima d’ora: i rumori qui sopra arrivano diversi, più chiari, più acuti.
Se la ride il Pietro, ad osservare gli amici che, ad uno ad uno , vengono scovati dalla bimbetta.
Ad un certo punto sente uno scroscio di risa: è la Tina che ha beccato il Pierino mentre pisciava in un angolo del capannone in costruzione, pensando di essere ben nascosto.
Ride anche Pietro, al pensiero delle cretinerie che l’amico Pierino combina quotidianamente.

Mentre ride il suo sguardo si volge verso il cielo, ed è un’illuminazione: le stelle, a milioni, occhieggiano sopra di lui nel cielo terso, quasi brillante di luglio.
Si sdraia e comincia a guardarle affascinato.
Sembrano pulsare come lucciole spaziali e, se le osservi bene, ti sembrano quasi cadere addosso.
Pietro apre e chiude gli occhi più volte , ed ogni volta la Via Lattea sembra apparire più lucente e vicina...un tappeto di stelle…
Pietro guarda le stelle e, senza accorgersene, scivola lentamente in un sonno profondo; non sente le voci degli amici che lo cercano e neppure quelle dei genitori disperati .
Si gode un sonno profondo, popolato da sogni di corse, risate e panini alla Nutella.





In uno di questi sogni sta correndo velocissimo in un campo : si guarda dietro a sé e vede trionfante Pierino e Giuliana che non riescono a stargli dietro .
Sorride nel sogno, ma si sveglia di soprassalto con un dolore fortissimo alla guancia.
Il padre, vedendo la scala per terra, ha pensato che potesse essersi nascosto nella ruspa e l’ha raggiunto: ora si sfoga contro di lui urlando come un matto e mollandogli un sonoro ceffone.
Pietro cerca di protestare, ma il padre non si calma e urla a più non posso.
Adesso scendono tutti e due dalla ruspa e Pietro si trova in mezzo ad un gruppo di mamme e papà che lo redarguiscono in malo modo, anche se qualcuno non riesce a trattenere il riso.
Gli amici stanno ridendo a crepapelle e Pietro dapprima si vergogna , ma poi si accorge che non lo stanno prendendo in giro: ridono dell’accaduto ma si legge nei loro visi una sorta di ammirazione.
Pierino è tutto mossette e risatine: gli fa le boccacce, lo canzona, ma poi gli fa un segno con il dito e gli dice: “Sei troppo forte, ciccione!”
Pietro gli risponde per le rime “Taci tu, stecchino , nessuno mi ha trovato!”
Il padre continua a urlargli dietro tenendolo per un braccio, ma Paolo vede solo i suoi amici ed il tappeto di stelle sopra di sé…

Racconto di Luciana Figini





lunedì 21 aprile 2014

In Viaggio con Enya

Una poesia di molti anni fa, qualche brano magico di Enya e...
il viaggio può avere inizio anche stasera...



Le nebbie di Avalon



Improvvisa

la tua voce

di cristallo puro

irrompe

attraverso i ghiacciai

e trascina con sé

le folle

dei nostri pensieri



Apri la porta

al mondo della magia

al di là di essa

paesaggi sconfinati

e distese infinite

di mare ribollente

per placare

la nostra sete

di libertà





Mi conduci per mano

su di una spiaggia

ancestrale

fitta

di minuscole

conchiglie bianche

e lambita

da un mare

di avorio e cobalto



Mi scagli

verso l’orizzonte

sopra tutte le cime

più inaccessibili

e rendi le mie mani ali

ali di condor

libero e maestoso

a planare

sopra

i lontani presepi terrestri








Poi

improvviso

il tuffo

fammi navigare

fammi risalire

oltre Tripoli

ed il Mar Giallo

fino alle ombre di Avalon

e al potere di Babilonia

al di là

della Barriera Corallina

mi hai lanciato

come una freccia

dall’arco della tua musica

ed il viaggio

è appena iniziato…

verso l’isola della Luna

a Nord e poi a Est

fino all’estremo Sud…





Il tocco delle tue dita

accarezza

i tasti del pianoforte

come le mani di una donna

che accarezzano l’amante

come il tocco felpato

dell’amore

e del desiderio

è la tua musica

che scivola

dal cuore

più in basso

dove

tutte le emozioni

si raccolgono



e subito è la quiete

cade la sera

e le ali si raccolgono

ed i passi si fanno pesanti

mentre attraversiamo il bosco

verso un luogo

dove nessuno ci può seguire

a casa…

proprio a casa…

pur essendo mille miglia lontani

La voce

di nuovo la tua voce

magia

o maleficio

che ci invita

a perdere la ragione






E di nuovo

è il frangersi delle tempeste

contro gli scogli d’Irlanda

il boato dell’oceano

attraverso le grotte

del tempo

la pioggia battente

sul tetto di una capanna

fatta di paglia



L’ho già sentito

questo suono

nelle pietre dei Celti

le ho toccate

le ho ascoltate

avevano la stessa melodia

della tua voce



Voce del tempo

e dello spazio

hai riportato in vita

il mistero di Stonehenge

e tutte le paure

e tutte le emozioni

dell’uomo

che parlava la tua lingua



Il suono della cornamusa

ci ha risvegliato

dormivamo

sulla nostra isola

il sonno più pesante

quello che tutto riduce

a fredda razionalità

quello che non fa più distinguere

la bellezza

la passione

lo sguardo di un amico

il colore del desiderio



Ci hai destato

ed ora

tutti noi

come in un sogno

ad occhi aperti

abbiamo ripreso

le nostre canoe

ed abbiamo lasciato

l’isola tranquilla

per affrontare

le nebbie del mistero…








Il mare è vasto e buio

ed abbiamo tutti paura

ci voltiamo

e quasi con sollievo

scopriamo

che la riva è già lontana

già si aprono

davanti a noi

le nebbie di Avalon

ed il cuore

quasi scoppia

di impazienza

ed eccitazione


- Luciana Figini - (1996 - ascoltando Enya )