Carissime
carissimi
per il momento questo blog chiude qui.
Durante questi anni l'ho riempito di poesie, ricordi, video musicali, commenti, citazioni da libri , racconti e altro.
Il senso di questo blog era il viaggio, vero o immaginato, un viaggio immobile, appunto, un mezzo per fantasticare con la mente o per ricordare i viaggi veri, anche quelli nella musica e nella poesia, non solo i viaggi materiali.
Ero davvero entusiasta all'inizio e soprattutto mi aspettavo un dialogo con chi mi leggeva.
Poi sono cominciate le prime difficoltà come i video di Youtube che improvvisamente sparivano dalla rete e che dovevo faticosamente recuperare e rimettere al loro posto ( rivedere tutti i post almeno una volta all'anno e sostituire i video spariti è davvero un'impresa! )
Aggiungiamo a ciò il fatto che il tempo è sempre poco, che sono spesso stanca e che spesso le idee non vengono ed il quadro è quasi completo.
Dico " quasi completo" perchè il problema principale resta quello della mancanza di dialogo con chi mi legge.
Mi rendo conto che Facebook è molto più immediato e diretto, ma davvero non mi so spiegare i pochissimi e risicati commenti che ho ricevuto da quando ho aperto questo blog.
Non importa, ci ho tentato, ma per il momento finisce qui.
Può darsi mi faccia di nuovo viva in futuro, chissà.
Nel frattempo, se mi volete contattare, potete scrivere alla mia mail:
lucianafigini@hotmail.com
o lasciare un commento a questo post.
Vi auguro uno splendido 2016, come al solito alla mia maniera, cioè in musica!
Ciao Luciana
Qualche settimana fa ho visitato " La grande Madre" a Palazzo Reale a Milano, una mostra sul potere creativo della donna nell'arte e non solo.
E' un piccolo viaggio dentro il cuore delle donne, dentro spazi ed emozioni che noi tutte conosciamo, in modo razionale o istintivo.
Potete trovare informazioni precise riguardo a questa mostra su Internet; io mi limiterò ad esprimere le mie emozioni e le mie riflessioni di fronte ad alcune opere e testimonianze all'interno di questo evento.
Marisa Merz - Senza Titolo
L'opera di Marisa Merz è una piccolissima fontana, che scaturisce da una specie di piccolo rottame metallico piegato in modo da contenere l'acqua che esce.
Mi emoziona l'idea della sorgente, dell'acqua che riesce comunque a scaturire, anche dai rottami, anche dalle situazioni più difficili. Ecco quello che mi ricorda " Senza Titolo" di Marisa Merz, la potenza delle donne, la loro capacità di dare, anche nei momenti più duri.
Sarah Lucas - Mumum
Una giovane donna parla nel suo blog della decisione sofferta di lasciare il lavoro per curare i tre figli: sofferenza, dubbi, rimpianto per avere lasciato un lavoro importante, senso di colpa per tutti i sacrifici che i genitori avevano fatto per farla studiare.
La giovane donna racconta tutto questo quasi chiedendo aiuto a chi legge: " Ho fatto la scelta giusta?" - sembra chiedere.
Io non so se lei abbia fatto la scelta giusta; molto probabilmente, quando i figli saranno cresciuti, rimpiangerà di avere lasciato un lavoro prestigioso e ben pagato, ma la domanda a mio parere è un'altra: - Quale uomo lascerebbe il proprio lavoro per curare i figli?-
La risposta a questa domanda datela voi, anche se secondo me è scontata, ma la decisione della giovane donna, condivisibile o meno, ci mostra un aspetto della grandezza delle donne, disposte a tutto per i propri figli, ma ci mostra anche la ristrettezza mentale e lo squallore culturale di una società che è ancora contro le donne e che le obbliga a scelte ingiuste.
Dedico l'opera " Mumum " di Sarah Lucas proprio a questa coraggiosa giovane donna: questa specie di sedia a dondolo fatta di calze riempite di morbida bambagia assomiglia proprio a lei, che si è trasformata in nido accogliente e caldo per i propri figli.
Frida Kahlo - La Cerva ferita
Adoro Frida Kahlo, anche se i suoi quadri, per la maggior parte delle volte, mostrano il dolore, fisico e morale, che ha pervaso quasi tutta la sua vita.
Il suo coraggio, la sua passione ed il suo senso di indipendenza e libertà personale, sono dei piccoli fari che ha acceso per tutte noi.
La cerva del quadro riprodotto qui è trafitta da innumerevoli frecce, ma non si ferma e continua a galoppare nel bosco, forse una rappresentazione di quei boschi misteriosi che sono dentro il cuore di ogni donna.
Quante di noi si riconoscono in questa cerva che continua a correre nonostante le frecce?
Louise Bourgeois - Femme
La gravidanza e il parto sono tra i momenti più misteriosi nella vita di una donna: qualcuno cresce dentro di noi e questo è esaltante, ma allo stesso tempo inquietante.
Durante la gravidanza gli stati d'animo sono molteplici: si passa dalla assoluta depressione all'entusiasmo, dalla quiete notturna, durante la quale accarezziamo la nostra pancia e fantastichiamo sull'esserino che si sta formando, alla paura del parto, del dolore fisico e di tutto quello che il futuro ci riserverà.
Poi arriva il parto, dolore assoluto e insostenibile e la nascita - miracolo che nasce dal sangue- e allora ci sentiamo di colpo vuote ma esaltate da questo meteorite che ci è caduto addosso e che si chiama figlio o figlia.
Sappiamo tutte che da questo momento la vita non sarà mai più la stessa...
Louise Bourges ( che potete trovare anche nel mio vecchio post " Omaggio alle Streghe " del 23 Dicembre 2012 ) esprime con grande chiarezza ed in modo impressionante il dolore legato alla gravidanza, mentre nel quadro che segue Dalì sembra avere perfettamente compreso l'esaltazione e la magia di avere tra le braccia un esserino che diventa tutto il nostro mondo.
Dolore e bellezza della nascita, evento magico che la società tende purtroppo troppo spesso a banalizzare...
Salvador Dalì - Baby Map of the World
L'opera che segue è una di quelle che ti provocano reazioni contrastanti: una serie di carrozzine e passeggini usati, molti sporchissimi e probabilmente usati anche da qualche senza tetto per trasportare le sue povere cose, tutti messi in sequenza uno vicino all'altro.
In mezzo, a formare una specie di sentiero, dei vecchi idranti usati dai pompieri.
Chiedersi razionalmente cosa significhi questa "opera d'arte" e se, appunto, sia da considerare un'opera d'arte o semplice spazzatura, non ha senso.
Come molte opere di arte moderna ci richiede solo di sperimentarla, di immergerci e lasciarci andare.
Passeggiare in mezzo a queste carrozzine malandate provoca tante sensazioni, ma soprattutto provoca tristezza e smarrimento.
Vengono in mente i clochard, i profughi in fuga con i loro bambini e quando si smette di pensare il senso di angoscia ti attanaglia e non sai perchè...
Io l'arte moderna la conosco poco e spesso mi mette in difficoltà, ma se un artista è capace di provocarti il mal di stomaco e qualche ripensamento va sicuramente apprezzato.
Nari Ward - Amazing Grace
Il femminismo, finalmente!
Un'intera ala della mostra a Palazzo Reale è dedicato al femminismo, italiano e straniero.
E qui mi riconosco interamente, questo è un ambito che mi appartiene e che sempre mi apparterrà.
Dal punto di vista politico ho spesso le idee confuse e ammetto di non capire sempre gli eventi del mondo, ma le idee femministe solo lì, in un angolo del mio cuore e non si muovono.
Dai tempi in cui andavo in piazza a manifestare queste idee hanno sempre fatto parte di me, ma non solo dal punto di vista mentale, anche dal punto di vista della pancia.
E' nella pancia che troviamo noi stessi, quello che davvero siamo e che niente può cambiare.
Barbara Kruger - Your Body is a Battleground
Ed ecco le opere d'arte delle grandi artiste femministe, i video ed i posters del movimento di liberazione italiano e mondiale, le foto delle donne che negli anni sessanta e settanta si ribellarono ad una società maschilista che le opprimeva e le rendeva schiave.
Oggi siamo più libere?
Questa è un'altra di quelle domande a cui non so rispondere e alla quale ho spesso tentato di rispondere (vedi post precedente "Aria cupa" del 21 Febbraio 2013).
Da una parte sembra che le donne abbiano conquistato spazio e libertà personale, dall'altra vedo a scuola la fragilità di queste ragazzine legate all'idea di immagine e bellezza esteriore e sui giornali leggo le notizie quasi quotidiane di violenza sulle donne.
Forse un pò di sano femminismo un pò intollerante servirebbe anche oggi!
Ketty La Rocca - Senza Titolo
E per finire questo piccolo viaggio un video che mi ha fatto ridere di cuore.
"Semiotics of the Kitchen" di Martha Rosler è un breve video del 1975 ed è una critica divertente contro la mentalità dell'epoca, che vedeva la donna relegata in casa e in cucina.
Le tre famose k tedesche - Kinder, Kueche, Kirche ( bambini, cucina, chiesa ) erano gli ambiti in cui le donne erano relegate in passato.
La protagonista del video si ribella a modo suo contro questa mentalità.
A me fa ridere anche perchè mi sembra la parodia di tante trasmissioni di cucina oggi così famose e che mi hanno sinceramente rotto le scatole!
Ero in ritardo, terribilmente in ritardo: dovevo prendere assolutamente quel treno, ma mi ero attardata troppo in centro a fare compere e a gironzolare senza meta. Adesso dovevo correre. Ero scesa dal tram e mi ero avviata alla stazione a passi decisi; faceva caldo, anche se era sera inoltrata. Guardai l'orologio: le 19,30 - era tardissimo ! C'era un bel pezzo di strada dalla fermata del tram alla stazione e, mentre mi affrettavo a grandi passi, già pensavo alla strigliata che mi avrebbe dato mia madre nel vedermi rientrare così tardi.
Che strana sensazione: mi pareva che il pezzo di strada fino alla stazione fosse più lungo del solito... Le luci dei negozi e dei bar si andavano spegnendo a poco a poco ( già a quest'ora? ) e centinaia di persone si affrettavano verso casa. Non riuscivo a vederle in viso: chi aveva un cappello che gli copriva la faccia, chi andava troppo in fretta per riuscire ad osservarlo, chi ( ma era un pensiero assurdo ) sembrare voltare deliberatamente la faccia dall'altra parte appena mi incrociava.
In meno di dieci minuti tutto era vuoto e silenzio. Ed io non ero ancora arrivata alla stazione. Ma quando finiva questa strada?
Improvvisamente cominciò a fare freddo, come se fosse arrivato già l'autunno. I sandali mi facevano male ai piedi. Iniziò a piovere, leggermente. In pochi minuti mi ritrovai initirizzita e completamente bagnata da capo a piedi. La fibbia di un sandalo si era rotta e, del resto, non riuscivo più a portarli. Così me li tolsi e li tenni in mano. Cominciai a camminare scalza nell'acqua e nel fango.
Finalmente da lontano vidi le luci della stazione; mi scappò l'occhio sull'orologio del piazzale antistante: le dieci! Pazzesco, non poteva essere! Era da due ore e mezzo ore che camminavo! Ma come era potuto succedere? Mi lasciai andare, esausta, su di una panchina: l'ultimo treno partiva tra un quarto d'ora, potevo riposare un pò.
Notai che nella stazione non c'era anima viva: solo io. Anche le biglietterie erano già chiuse da un pezzo. Neppure un bar dove poter bere qualcosa di caldo, qualcosa che mi rincuorasse...ma che diavolo stava succedendo? Guardai il tabellone degli orari: annunciava il mio treno. Sospirai e mi rialzai faticosamente: almeno quello lo avrei preso sicuramente.
Mentre mi avviavo al binario notai una strana figura che si aggirava nella stazione: un tipo alto, dinoccolato, vestito di rosso, capelli neri, valigetta e viso pallidissimo, quasi bianco. Mi avvicinai per chiedergli conferma del binario, ma improvvisamente il tipo sparì, senza neppure darmi il tempo di rivolgergli la parola. Riapparve dieto di me, sogghignando divertito. mi fissò in viso e scomparve di nuovo.
Ero confusa ed incapace di reagire: avevo la netta sensazione di conoscerlo... Riapparve vicino al chiosco dei giornali e mi fece un cenno perchè lo seguissi. Non so perchè lo feci, ma gli andai dietro. Il tipo continuava a sghignazzare e prendersi gioco di me, sparendo e riapparendo continuamente. Era chiaro che, alla sua maniera, mi stava accompagnando al treno.
La stazione era umida e sporca ed un vento freddo soffiava tra i treni in attesa. Ero sconcertata eppure stranamente attratta da quel tipo bislacco.
Non feci in tempo a continuare nelle mie meditazioni: un urlo spaventoso, proveniente dall'ingresso della stazione, mi gelò. Mi affrettai verso il treno, correndo. L'urlo si ripetè, molto vicino. Qualunque cosa fosse sentivo che stava inseguendo proprio me. Inciampai in qualcosa, mi rialzai facendo cadere parte dei pacchetti che avevo con me.
Dovevo correre.
Raggiunsi finalmente il treno: il tipo bislacco era sparito e l'urlo era cessato. Ero sporca, stracciata e piangente di paura... Mi rincuorai un pò vedendo che il treno era pieno: qualcuno mi avrebbe aiutato. ( Ma come mai la stazione era vuota ed il treno era pieno? ) Osservai i passeggeri affacciati ad un finestrino...e all'improvviso capii...
Erano immobili, come immobili erano tutte le altre persone sedute nei vari vagoni. Tutti bianchi in viso, apparentemente sereni...sereni nella loro quiete eterna! Mi sembrava di impazzire: urlai, urlai come una pazza. Dov'ero? Chi ero? Cosa mi era successo?
La risposta alle mie domande venne quasi subito, quando, voltandomi di nuovo verso un finestrino MI VIDI, affacciata, immobile, con una sigaretta in mano e lo sguardo fisso nel vuoto...
- Luciana Figini - ( scritto probabilmente verso la metà degli anni 70 )
Ho appena terminato il mio lavoro di commissario esterno di maturità presso l'Istituto Agrario di Limbiate.
Quando ho ricevuto la nomina ero un pò scettica: che c'entro io con un Istituto Agrario ?
In effetti, quando ho visto il programma di inglese e ho conosciuto i miei colleghi di commissione lo scetticismo è aumentato: per la maggior parte del tempo questi studenti si impegnano su materie di indirizzo e quindi i programmi vertono per la maggior parte su nozioni di botanica, agricoltura, allevamento degli animali, piantagioni, viticoltura e via dicendo.
Mi ha divertito molto chiedere in inglese brani riguardanti la costruzione di una stalla moderna o la storia della fillossera e mi hanno divertito anche molte delle tesine presentate, su argomenti a me sconosciuti: la pastorizia, la falconeria, la coltivazione dell'uva, il cavallo e altri argomenti simili.
Villa Pusterla-Crivelli
Ma quello che più mi ha incuriosito è il luogo.
L'istituto è posto all'interno della Villa Pusterla-Crivelli di Mombello: appena si entra ci si trova in mezzo a due campi di granoturco.
Poi si prosegue in mezzo ai campi e si parcheggia sotto degli alberelli.
Infine si sale verso l'istituto ( mamma mia, quante scale! ) passando vicino ad un pollaio, ad una serra ed ad una stalla.
In mezzo a tutto questo troneggia la bellissima villa, sede dell'istituto.
Si ha l'impressione di tornare indietro nel tempo, di rivedere la Brianza come era una volta, prima della sua industrializzazione.
Se si è fortunati, nel boschetto adiacente o sui prati dietro la villa, si possono vedere degli asinelli ed un piccolo gregge di pecore "razza brianzola" a spasso sotto il sole o all'ombra degli alberi.
Devo ammetterlo: è stata la mia migliore maturità.
Il contesto e la situazione nella quale ci si trova a lavorare è davvero il sogno di ogni commissario d'esame: temperatura gradevole, data dai muri molto spessi della villa, posto per l'auto all'ombra, tanti alberi e tanto fresco, personale della scuola gentilissimo.
Non è poco, se pensiamo che la regola è quella di lavorare in scuole che sono cubi di cemento, con temperature insopportabili e con parcheggi adiacenti bruciati dal sole tutto il giorno.
Giardino interno della Villa
Villa Pusterla-Crivelli è una villa settecentesca in cui soggiornarono Ferdinando IV di Borbone e Napoleone, che la utilizzò come suo quartier generale.
Nel 1863 venne acquistata dal Comune di Milano che la utilizzò come manicomio fino all'entrata in vigore della legge Basaglia del 1978.
Oggi ospita appunto l'Istituto Agrario Castiglioni ed una azienda agricola, che cura le serre, i campi e gli animali.
E' davvero un posto incredibile, un piccolo lembo di vecchia Brianza e di storia messo vicino ad uno dei centri commeciali più grandi della zona ( quello di Limbiate ), a ricordarci com'era questa zona una volta.
Il passato ovviamente non è tutto rose e fiori, soprattutto se pensiamo ai lunghi anni del manicomio di Mombello, ma sicuramente luoghi e atmosfere come queste da noi sono ormai rarissime.
La prima volta che arrivai all'isola di
Ponza era il 1977, cioè una vita fa.
Con Sandro stavamo già insieme da un
anno, ma l'impatto con la sua cultura d'origine per me fu abbastanza
traumatico.
A Milano lui si comportava esattamente
come noi e quando si andava in vacanza assieme con il gruppo di amici
anche lui dava una mano, come tutti, a preparare da mangiare e a
lavare i piatti.
Le cose cambiarono quando arrivammo a
Ponza.
Mia suocera all'epoca era una vigorosa
donna di mezza età con tutte le sue certezze ben stampate in testa,
io ero una vigorosa femminista con tutte le mie certezze altrettanto
ben stampate in testa.
Potete immaginarvi lo scontro,
soprattutto quando vide il figlio lavare i piatti!
Ricordo con molto affetto le parole che
Nannina diceva al figlio a bassa voce per non farsi sentire da me “
Tu sì scemo! Solo i femmine lavano i piatti! ”
Per qualche tempo non seppi come
comportarmi con questa donna meridionale orgogliosa e attaccata alle
proprie certezze.
Poi, con l'andare degli anni ci
avvicinammo e cercammo entrambe di smussare i nostri angoli troppo
appuntiti e di comprenderci.
Quando Nannina morì soffrii quasi come
se fosse morta mia madre.
Io forse le avevo portato qualcosa di
nuovo ed inatteso in casa; lei mi aveva insegnato a rapportarmi con
un mondo completamente diverso dal mio.
Ci sono tanti aneddoti di quegli anni,
ma ovviamente non posso raccontarli tutti.
Un ostacolo terribile era il dialetto:
non so le volte in cui ho fatto delle figure di m.... perchè non
capivo o travisavo.
“Lucia!( Luciana ) chesta zuppa è
nu poco sciocca!”
“Perchè non ci hai messo il sale
doppio?”
Che una minestra potesse essere stupida
o che il sale potesse essere “doppio” non me lo sapevo proprio
spiegare.
“Domani è l'onomastico di
Nannina; amma fa a pizza!”
Strano paese, dove si festeggia
l'onomastico ( a Milano non si festeggia ) e per di più con la
pizza, non con la torta...poi arriva Lina con una torta ed io rimango
ancora più confusa: “ Ma non dovevi fare la pizza?” “ E
chesta è a pizza!” “ E va beh, allora la pizza come la chiami?”
“E chella è a pizza napulitana!”
E poi il “mellone i pane” e “il
mellone i acqua”, i “friarielli” e “a petrusina”...a volte
non sapevo cosa avrei visto nel mio piatto...
Una volta mio nipote Davide è stato da
noi per qualche mese ed è capitato che ascoltasse della gente
parlare in milanese.
Ovviamente lui non capiva nulla, allora
si è girato verso di me e mi ha detto: “ Ah zì , mo aggia
capito come ti sentivi le prime volte che venivi a Ponza!”
E poi le urla.
Io ero abituata alle urla di mio padre
in famiglia, ma se urlava voleva dire che era arrabbiato.
Qui urlavano tutti senza motivo ed io
ogni volta mi spaventavo.
Una volta mio cognato Livio si era
messo ad urlare con un cugino ed io ero convinta che sarebbero venuti
alle mani, così chiamai Sandro preoccupatissima.
“Ma quelli stanno solo discutendo,
non ti preoccupare!”
A parte gli aneddoti simpatici il mio
rapporto con l'isola di Ponza è sempre stato abbastanza controverso.
Da una lato la mentalità meridionale
mi piaceva un sacco; in casa mia gli ospiti erano rari e
accuratamente selezionati, in casa di mia suocera “ si allungava
la tavola” ; appena arrivava
una persona, che fosse un parente, un amico o un semplice passante
era sempre il benvenuto.
E questo per me era
sorprendente; da Nannina si respirava sempre aria di famiglia, di
comunità, cosa piuttosto sconosciuta sulle tavole delle famiglie
brianzole.
D'altro lato,
però, soffrivo della mancanza di spazi privati e di riservatezza.
In casa poteva
capitare chiunque a qualsiasi ora e questo era divertente ma a volte
anche un po' scocciante.
Ricordo una
passeggiata solitaria un pomeriggio di agosto di tanti anni fa, da
Calacaparra alla Chiesa; ad ogni angolo c'era qualcuno che mi
salutava, che mi chiedeva che facevo, come mai ero da sola, e come
mai non c'era Sandro e dove andavo a quell'ora e perchè non prendevo
la corriera...ecc ecc....
A
volte mi sentivo un po' schizofrenica: a Milano i rapporti con i miei
parenti e con i miei concittadini erano spesso formali o a volte
distaccati; a Ponza venivo catapultata in un mondo in cui la famiglia
era al centro di tutto e nel quale l'ospitalità, ma anche il “farsi
gli affari degli altri” erano
degli imperativi.
Con il passare del
tempo i rapporti con i miei parenti ponzesi divennero via via sempre
più cordiali; spesso alcuni di loro venivano da noi in inverno
oppure passavano dei periodi più o meno lunghi in casa nostra e
questo mi aiutò a comprenderli e a scoprire il loro grande
potenziale di umanità e di solidarietà.
E' una lettera immaginaria, dedicata con affetto a tutte le donne.
Cara amica,
chi ti scrive è una signora ormai
di mezza età con un passato da ribelle e da femminista.
Forse non dovrei parlare di passato,
perchè, nonostante l'età, femminista lo sono ancora, anche se a
modo mio.
Ho passato anni della mia vita da
ragazza a costruirmi come donna, a partecipare alle proteste e a scendere in piazza per quello in cui credevo.
E risultati ne abbiamo ottenuti; se
l'Italia non è più uno stato medievale, se abbiamo ad esempio
un'ottima legge sul diritto di famiglia ed una contro la violenza
sulle donne, lo si deve anche a tutte le femministe che hanno
riempito le piazze negli anni settanta e ottanta.
Io non so se oggi gli episodi di
violenza verso la donna sono effettivamente aumentati o se invece se
ne parla di più.
La mia percezione è che siano
davvero aumentati.
La mia percezione è che il rispetto
verso le donne sia diminuito e che le ragazze e le giovani donne di
oggi stiano diventando più fragili.
Ascolto certi ragionamenti da parte
di alcune mie studentesse e mi vengono un po' i brividi, leggo i
testi di alcune canzoni, come “Love the way you lie” di Rhianna e
qualche pensiero me lo faccio.
Quando nella canzone lei dice “Te
ne starai lì a guardarmi bruciare : beh, va bene perché mi piace il
modo in cui fa male “ qualche
dubbio mi viene.
Qualcuno, non so chi e non so
perchè, sta cercando di convincere le nostre ragazze che, va beh,
dopo tutto un uomo può fare degli errori e magari alzare un po' le
mani.
E' una specie di messaggio
subliminale, che passa in modo sottile e che attraversa la nostra
vita quotidiana senza neppure che noi ce ne accorgiamo; passa
attraverso la rete e le canzoni, passa attraverso le famiglie in
sofferenza per la crisi economica e le separazioni, passa attraverso
le storie di ragazzi e ragazze lasciati soli durante la loro crescita
ed in cerca di nuovi modelli e stili di vita che possano compensarli
per la disattenzione dei loro genitori.
Ed allora senti che la tua
studentessa così carina e a modo non può venire alla pizzata della
classe perchè il suo ragazzo non vuole, oppure un'altra non ha il
coraggio di lasciare il suo di ragazzo, geloso in modo preoccupante,
perchè la solitudine le fa più paura di un rapporto malato.
Cara amica, io dico che dobbiamo
finalmente svegliarci e forse ridiventare tutti un po' femministi,
non solo le donne ma tutti gli esseri umani.
Dobbiamo reintrodurre con forza il
concetto di rispetto in tutti i tipi di rapporti umani, tra uomo e
donna, tra genitori e figli, tra amici e vicini.
E poi dobbiamo un po' reintrodurre
badilate e badilate di libertà e di fiducia in se stessi in tutta la
società.
Le mie ragazze a scuola sono
splendide, sono belle, intelligenti, divertenti, creative, MA C'E'
BISOGNO DI QUALCUNO CHE GLIELO DICA!
C'è bisogno che queste ragazze
prendano la loro vita in mano ed imparino a farsi rispettare e ad
amare se stesse.
Ecco perchè è necessario
reintrodurre il femminismo in questa società.
Non per fregare i maschi, ma per
viverci insieme in modo rispettoso e costruttivo, per essere in grado
di vivere anche da sole se necessario, per non avere paura del
giudizio di chicchessia.
E' una vendetta meschina e
disprezzabile quella di certe donne che, dopo una separazione,
costringono i mariti a non vedere i figli o a dormire in macchina per
pagare gli alimenti.
Questo non è femminismo.
Femminismo significa partire sempre
e comunque dal rispetto e dalla ricerca dell'uguaglianza, dei pari
diritti e della pari libertà.
E questo significa anche non
accettare mai, in nessuna forma , il sopruso e la violenza verbale e
fisica.
Se lui ti schiaffeggia una volta lo
farà ancora; se ti insulta davanti a tuo figlio, lo farà ancora.
Cara amica, noi donne siamo belle,
fiere, capaci, grandi lavoratrici, grandi pensatrici.
Siamo capaci di sopportare le
avversità ed il dolore meglio di chiunque altro, siamo il centro di
ogni famiglia, siamo furbe ed innovatrici, siamo capaci di fare mille
cose e poi di abbracciare e coccolare i nostri figli.
Siamo delle compagne coraggiose, che
appoggiano i propri mariti o compagni come forse loro non sarebbero
in grado di fare, siamo libere ed indipendenti dentro e fuori,
sappiamo cavarcela in ogni situazione,siamo il motore che muove il
mondo, ogni giorno, in ogni luogo del mondo.
Siamo noi che mettiamo al mondo i
figli e li cresciamo, che accorriamo appena qualcuno è malato o in
fin di vita.
Siamo scienziate, astronaute e
manager, artiste, giornaliste, capi di stato o semplicemente
lavoratrici insostituibili in tutti i campi.
Siamo noi che sappiamo curare le
persone care e stare vicino a chi nasce e chi muore.
Siamo noi che non molliamo i figli
qualsiasi cosa succeda e qualsiasi malattia o problema abbiano.
Cara amica, noi siamo tutto questo e
se ne saremo orgogliose, se ne saremo consapevoli, se non ci faremo
mettere i piedi in testa, non avremo mai paura di nessuno.
E un mondo di donne coraggiose e
sicure di sé è un bel mondo nel quale vivere, anche per gli uomini.
Inizio d'anno scolastico frenetico e faticosissimo: 6 classi, di cui 4 nuove e quindi un mare di nuovi nomi e cognomi da imparare e un mare di verifiche da correggere, una quinta di 32 studenti ( sì, avete letto bene, 32 ) e quindi un lavoro di programmazione ad hoc per questa mega-classe, una nuova preside molto efficientista e vogliosa di organizzare riunioni e consigli di classe tutte le settimane e...il registro elettronico...
All'inizio dell'anno scolastico avevamo ancora uno pseudo registro cartaceo in attesa di attivare quello elettronico; timori e ansia, almeno da parte mia e di altri colleghi non molto tecnologicizzati e poi via, si parte con l'esperimento.
Dopo la paura iniziale devo dire che tutti hanno imparato: il sistema è piuttosto semplice e così anche noi babyboomers, anzianetti e imbranati, siamo riusciti ad entrarci.
D'ora in poi tutto quello che succede nelle classi entra nel registro elettronico: argomenti delle lezioni, voti, assenze, ritardi, note disciplinari, recuperi, circolari ecc.
Un gran bel passo verso una nuova scuola, questo è sicuro; un gran bel risparmio di carta e di tempo per tutti, una grande possibilità per tutti i genitori di controllare il lavoro fatto in classe e...di controllare i propri figli...
E a questo punto che comincio a pormi un pò di domande...
Bello che un genitore sappia subito i voti del pargolo, bello che possa controllare se bigia o se arriva in ritardo...o no?
Mia figlia ha fatto subito un'osservazione molto "terra terra" : "Beh, ma allora non si può più bigiare?"
In effetti no, non si può più bigiare, ma non si può più neppure nascondere i voti presi a scuola.
Quando andavo al liceo a volte qualche votaccio negli scritti di matematica o di tedesco lo prendevo, ma mi guardavo bene dal dirlo.
Poi sapevo che, con l'interrogazione orale, avrei rimediato, quindi un 5 nello scritto ed un 7 nell'orale facevano 6 di media ed io comunicavo il 6 ai miei, non il 5 o il 4.
Un'altra cosa erano le bigiate: le posso contare sul palmo di una mano, erano pochissime, ma il gusto della trasgressione era comunque molto, molto dolce (vedi mio articolo del 14 dicembre 2012: " Una bella Bigiata e i Jefferson Airplane ")
Ricordo con affetto anche un'altra bigiata al Parco Lambro con la mia amica Manuela a cantare le canzoni di Guccini e a mangiare la focaccia comprata nella panetteria vicina.
Questo non sarà più possibile d'ora in poi: sempre più scuole si stanno attrezzando col registro elettronico ed i nostri ragazzi saranno sempre più sorvegliati e controllati.
A volte penso che davvero George Orwell sia stato troppo ottimista: quando ha creato il suo Grande Fratello ha previsto delle forme di controllo individuale che poi si sono davvero avverate, ma penso che non abbia mai potuto immaginare che il controllo delle persone potesse arrivare a questi livelli.
I nostri ragazzi diventeranno come dei soldatini, sempre inquadrati e controllati; molti genitori saranno contenti, così sapranno sempre cosa fanno i loro pargoli e ciò li tranquillizzerà.
Io?...non so perchè, ma tutto questo mi lascia un pò di amaro in bocca: come insegnante dovrei essere contenta, come ex studente ( in fondo io non sono mai cresciuta dentro ) mi dispiace che questi nostri ragazzi non possano più permettersi di essere un pò bugiardi, un pò furbi, un pò stupidi, un pò trasgressivi come lo siamo stati tutti alla loro età ...
La scorsa settimana siamo arrivati in Stazione Centrale a Milano, dopo un confortevolissimo viaggio Roma-Milano in business class.
Al sabato paghi un biglietto e ne prendi due, così abbiamo approfittato dell'offerta.
La Stazione di Milano oggi è moderna e attrezzata, pulita e piena di negozi ( un pò troppi negozi! ).
Il contrasto tra la sua struttura di origine fascista ed il suo interno modernissimo è davvero stupendo: penso che la ristrutturazione di questo edificio sia una delle cose più riuscite di Milano.
Ricordo che un nostro amico straniero, arrivato in Italia in treno, era rimasto colpito dalla bellezza di questo contrasto.
Inevitabile, per quelli della mia età, ripensare a com'era la Stazione Centrale una volta e fare dei confronti.
Per me questo luogo ha sempre avuto un significato simbolico: i miei primi viaggi con lo zaino sulle spalle o con un valigione senzarotelle li ho fatti, da sola o in compagnia, partendo da questa stazione.
All'epoca viaggiare significava proprio questo; bagagli pesanti, treni sempre in ritardo, Milano-Roma in dieci ore, una notte intera per arrivare in sud Italia o in Germania, vagoni sovraffollati e puzzolenti e lei, la Stazione Centrale,che scrivo in maiuscolo quasi per reverenza, sporca, disorganizzata e non proprio un posticino raccomandabile, vista l'alta percentuale di senzatetto, ladruncoli, tossici e varie altre razze umane.
Ricordi si affollano alla mente, uno dopo l'altro.
La parola " libertà " aveva senso quando arrivavo qui, qualunque fosse la mia meta.
Il viaggio, quello vero, con tutti i suoi momenti positivi e negativi, iniziava proprio alla "Centrale".
Un aneddoto:
- Agosto 1976:
Zaino acquistato alla fiera di Senigallia, meta Trebisacce, in Calabria.
Ci incontriamo alla Stazione Centrale: siamo tutti esaltati e non vediamo l'ora di partire.
Molti di noi hanno appena fatto la maturità e questo è il primo viaggio in compagnia degli amici.
Ci posizioniamo sul binario dove arriverà il treno per il sud, dopo avere fatto una coda infinita alla biglietteria ( altro che " booking on line " ! ).
Siamo davvero fuori di noi dalla contentezza: c'è un amico che ha portato la chitarra.
Senza problemi ci sediamo per terra e cominciamo a cantare insieme le solite canzoni di Guccini e degli Intillimani. A me piacerebbe ogni tanto anche una canzone un pò più pop, che so Stevie Wonder o Jackson 5, ma il chitarrista ha un repertorio piuttosto limitato - al massimo si può chiedere Claudio Lolli o Ivan della Mea ( sai che sballo! ).
Ad un certo punto vediamo arrivare di corsa una marea di gente, con borse e valigie di tutti i tipi, che si precipita verso il treno in arrivo: non capiamo e continuiamo a strimpellare "La Locomotiva".
Strano, siamo rimasti soli sul binario; va beh, il treno sta arrivando.
Immaginatevi le nostre facce, quando scopriamo che la massa di persone di prima ha preso d'assalto il treno ben prima che si fermasse ( allora gli sportelli si aprivano a mano ) ed ha occupato già tutte le carrozze!
Mentre c'è un gran vociare in tutti i dialetti meridionali possibili e gente letteralmente lancia valigie e bambini attraverso i finestrini del treno, noi rimaniamo paralizzati a terra, senza sapere che fare.
Era un treno per il sud, quindi era stato preso d'assalto dagli immigrati meridionali che tornavano a casa per le vacanze.
Risultato: un viaggio di quasi 13 ore per la Calabria ammassati nel corridoio, tra zaini e sacchi e pelo, con appena lo spazio sufficiente per respirare.
Disperati? Affranti? Per niente; solo divertiti dalla nostra stupidità e morti di risate alla vista del nostro chitarrista, costretto a viaggiare con la chitarra ritta davanti agli occhi e senza la possibilità di muoversi.
Ad ogni fermata del treno venditori abusivi di panini e acqua spuntavano da tutte le parti e davanti ai finestrini del treno iniziava un parapiglia infinito.
Un bel casino, ma proprio grazie a quei venditori abusivi non siamo morti di fame e di sete!
Un viaggio infinito, un viaggio scomodissimo; un viaggio bellissimo!
Cos'altro ricordo della Stazione Centrale allora?
Una specie di chiosco centrale dove potevi comprare di tutto, dai giornali alle bibite, dai panini alle caramelle.
Tanti sbandati e tanti venditori abusivi, i cessi sempre sporchi, l'affollamento inumano davanti alle biglietterie...e poi il Museo delle Cere!
Ve lo ricordate? Mentre si aspettava il treno si poteva entrare e vedere le statue di cera di Dante o di Totò.
Mi è molto spiaciuto quando lo hanno smantellato: non era certo Madam Tussauds, ma faceva la sua figura.
Volete sapere che fine hanno fatto le statue del Museo delle Cere della Stazione Centrale? Ecco cosa ho trovato in rete:
A partire dagli anni settanta e senza mai smettere ho preso spesso dei treni in partenza dalla stazione Centrale, passando dai "rapidi" agli Intercity, dalle "cuccette" ai Wagon Lits, fino ad arrivare ai comodissimi treni veloci odierni.
Non so per quale ragione, ma l'idea di viaggio, quello vero, per me è sempre stata collegata al treno, più che all'aereo o all'auto.
Con l'aereo parti da un luogo e arrivi ad un altro, senza vedere nulla di quello che ci sta "in mezzo"
Con l'auto fai più o meno lo stesso, in modo più lento: non conosci altre persone al di fuori di quelle che viaggiano con te.
In treno hai la vera sensazione del viaggio, gente nuova ad ogni fermata, qualche chiacchierata con persone sconosciute, il paesaggio che scorre davanti a te e che puoi ammirare senza l'assillo della guida.
Ricordo quando andavo a trovare i miei genitori, che svernavano in Liguria.
Ogni viaggio era un incontro, uno scambio di idee, un paesaggio visto dal finestrino e lei , la Stazione Centrale, sempre lì ad accogliermi, all'andata e al ritorno, col suo odore di macchine, panini e gente sudata, una specie di seconda casa, una specie di monumento al viaggio e alla vita, che è anche lei un viaggio...
L'estate si avvicina e con lei i ricordi di una lontanissima infanzia.
Quando ero piccola le sere d'estate si riempivano delle grida dei bambini che giocavano sui marciapiedi ed in mezzo ai campi.
Questo è un racconto scritto tanti anni fa ricordando quei tempi lontani.
E' vero, è un pò lungo, ma cercherò, come al solito di inframmezzarlo con musica e illustrazioni .
Buona lettura!
Dalla finestra si sentono le voci degli
altri bambini che chiamano: Anna, Pierino, Giuliana, Lorenza e
Donato sono già nel cortile e chiamano Pietro a gran voce.
E’ una caldissima sera di luglio e,
come al solito, la banda dei bambini che abitano in via Madonnina si
sta raccogliendo per un’altra stupenda serata di gioco, risate e
litigi.
Pietro sta finendo di mangiare:
vorrebbe affrettarsi per raggiunger i compagni il più presto
possibile, ma la cotoletta che sta divorando è troppo gustosa per
lasciarla nel piatto a metà.
Forza, ancora un boccone e poi via.
Pietro fa per precipitarsi verso le scale ma poi si ferma ancora un
momento: e il dessert?
Cercando di non farsi vedere dai
genitori, che sono in sala a guardare il telegiornale, torna qualche
passo indietro verso la cucina.
Ecco, un bel panino con la Nutella è
quello che ci vuole, ma bisogna fare alla svelta, perché se no la
mamma lo sgrida (“Sei troppo grasso, Pietro, non devi mangiare più
dolci e gelati!”) ed i compagni si arrabbiano (“Dai
Pietrone!”-gridano-“ti vuoi decidere o no?”).
Alla velocità della luce il bimbo è
riuscito a prepararsi il panino agognato ed ora corre per le scale
tenendosi con una mano alla balaustra; l’altra mano è impegnata
a tenere stretto il panino prelibato che sta consumando con grande
soddisfazione.
Ridono gli amici quando lo vedono: ha
un grosso baffo di Nutella sopra le labbra , la bocca rigonfia di
panino e briciole ovunque sulla maglietta.
Davanti alla casa di Pietro c’è un
enorme campo di grano già mietuto: i contadini hanno lasciato covoni
di paglia ovunque.
Alla fine di questo campo, in direzione
di Palazzolo , ce ne sono ancora a perdita d’occhio.
Questi campi sono la palestra dei
ragazzi , la loro casa, il loro campo di calcio, la loro libertà.
Sul lato della casa di Pietro c’è
ancora quella strana scritta gigantesca che hanno fatto gli anarchici
(così gli ha spiegato il papà, anche se non è riuscito bene a
spiegargli chi siano questi anarchici):
VALPREDA INNOCENTE
La cosa più strana è che non si
capisce bene come abbiano fatto a scrivere queste parole così in
alto.
L’altro giorno Pietro ha voluto
imitare gli anarchici ed ha scritto sullo stesso muro, ovviamente
molto più in basso, utilizzando dell’erba fresca legata stretta.
Il risultato è stato un sonoro ceffone
da parte del padre e l’impegno di cancellare tutto con acqua e
sapone.
Pietro non capisce perché non
cancellino anche l’altra scritta: è forse più bella della sua?
Il mondo dei grandi è a volte
incomprensibile.
Si comincia a giocare, finalmente: il
primo gioco è il salto ad ostacoli nel campo.
Vince chi arriva prima alla fine del
campo saltando i covoni di grano.
Giuliana è la più veloce, insieme a
Pierino, chiamato così perché estremamente magro, a differenza del
grasso Pietrone.
I due corrono a perdifiato verso la
fine del campo.
Giuliana ha già tredici anni ed è la
più grande del gruppo, è molto veloce e molto orgogliosa di farlo
vedere, soprattutto a Pierino, per il quale ha un certo debole.
Certo il Pierino ogni tanto fa delle
cose molto schifose, tipo mettersi in bocca i lombrichi, ma ha degli
occhi e dei capelli scurissimi, che attirano Giuliana.
Giuliana ha il corpo scattante, lunghi
capelli scuri ed occhi azzurrissimi e corre come una gazzella.
Come previsto i due arrivano alla pari
in fondo al campo: tutti gli altri , ormai sono più di una decina,
li raggiungono ansanti.
Pietro si è fermato molto prima ed ora
si riposa sopra un covone.
Sa di essere il più imbranato ma
prende tutto con filosofia e non si arrabbia.
Adesso sta arrivando anche il Fabio.
Abita in una villetta dall’altro lato
della strada e suo padre ha una importante azienda.
Indossa sempre vestiti puliti ( dicono
che la mamma lo obblighi a farsi il bagno tutti i giorni ), ma alla
fine della serata è sporco e sudato come tutti gli altri.
Ora c’è un momento di pausa: è
l’ora del gioco dei verbi e delle belle statuine.
Tutti si siedono sui gradini davanti
alla bottega dello zio Silvio e si comincia.
Roberta comincia:“ R….are” ed
imita una persona che ricama.
Il verbo viene prontamente indovinato.
Segue il Donato che, imitando un discobolo greco , propone
“L…..are”- lanciare.
Poi intervengono Pierino e Pietrone e
si comincia a farsela addosso dal ridere.
Pierino propone “C…..are” ed
imita una persona sul water e Pietrone dice : “P……..are” e
fa finta di aprirsi i pantaloni davanti .
Qualcuno protesta, volano sassi verso i
due ma poi tutti scoppiano in risate irrefrenabili.
La Lorenza, dal gran ridere, cade dal
gradino e manca poco che non se la faccia addosso.
Poi arrivano le belle statuine: ognuno
sceglie una movenza o un’espressione e si immobilizza , proprio
come una statua .
Le statue più cretine sono ovviamente
quelle di Pierino e Pietro , che si sono immobilizzati con la lingua
fuori l’uno verso l’altro.
Adesso si parte col nascondino, il
gioco più amato in assoluto.
Davanti alla casa di Pietro c’è un
capannone in costruzione, pieno di anfratti e posti bui: l’ideale
per nascondersi.
“Amblimbero chebichebò, prendi
amorettina te la voglio dare , a star sotto tocca proprio a te…”
Dopo la conta è la Tina , la più
piccola di tutte, a star sotto e a contare con la faccia contro il
muro, mentre tutti gli altri si nascondono.
Pietro cerca un posto originale, per
non farsi trovare subito come al solito.
In mezzo al cortile c’è una ruspa
con il cucchiaio alzato.
Pietro si ci pensa su un sacco per
cercare di capire come ci può arrivare, finchè vede una scala.
L’appoggia di gran fretta alla ruspa
(“Presto! Gli altri si sono già tutti nascosti!) e ci si
arrampica, non senza difficoltà.
Appena arriva in cima fa uno scarto con
il piede ed inavvertitamente fa cadere la scala : “E adesso come
scenderò?”- pensa.
La situazione è certamente delle più
complicate: se non lo aiutano non riuscirà a scendere , ma d’altra
parte Pietro pensa anche che sarà davvero difficile per gli altri
trovarlo.
Il bimbo è pieno di dubbi: se invoca
aiuto tutti rideranno di loro, se se ne sta lì sopra avrà una
grande possibilità: vincere per la prima volta a nascondino.
A come scendere penserà dopo.
Pietro si accomoda alla belle e meglio
(“Non è nemmeno tanto scomodo”-pensa) e aspetta che la ricerca
cominci.
Ad uno ad uno i compagni vengono
scovati dalla piccola ma furbissima Tina, che se la ride di tutti .
Il suo riso sembra riempire l’aria e
per la prima volta Pietro lo trova davvero delizioso.
Non se n’era accorto mai prima d’ora:
i rumori qui sopra arrivano diversi, più chiari, più acuti.
Se la ride il Pietro, ad osservare gli
amici che, ad uno ad uno , vengono scovati dalla bimbetta.
Ad un certo punto sente uno scroscio di
risa: è la Tina che ha beccato il Pierino mentre pisciava in un
angolo del capannone in costruzione, pensando di essere ben nascosto.
Ride anche Pietro, al pensiero delle
cretinerie che l’amico Pierino combina quotidianamente.
Mentre ride il suo sguardo si volge
verso il cielo, ed è un’illuminazione: le stelle, a milioni,
occhieggiano sopra di lui nel cielo terso, quasi brillante di
luglio.
Si sdraia e comincia a guardarle
affascinato.
Sembrano pulsare come lucciole spaziali
e, se le osservi bene, ti sembrano quasi cadere addosso.
Pietro apre e chiude gli occhi più
volte , ed ogni volta la Via Lattea sembra apparire più lucente e
vicina...un tappeto di stelle…
Pietro guarda le stelle e, senza accorgersene, scivola lentamente in un sonno profondo;
non sente le voci degli amici che lo cercano e neppure quelle dei
genitori disperati .
Si gode un sonno profondo, popolato da
sogni di corse, risate e panini alla Nutella.
In uno di questi sogni sta correndo
velocissimo in un campo : si guarda dietro a sé e vede trionfante
Pierino e Giuliana che non riescono a stargli dietro .
Sorride nel sogno, ma si sveglia di
soprassalto con un dolore fortissimo alla guancia.
Il padre, vedendo la scala per terra,
ha pensato che potesse essersi nascosto nella ruspa e l’ha
raggiunto: ora si sfoga contro di lui urlando come un matto e
mollandogli un sonoro ceffone.
Pietro cerca di protestare, ma il
padre non si calma e urla a più non posso.
Adesso scendono tutti e due dalla ruspa
e Pietro si trova in mezzo ad un gruppo di mamme e papà che lo
redarguiscono in malo modo, anche se qualcuno non riesce a trattenere
il riso.
Gli amici stanno ridendo a crepapelle e
Pietro dapprima si vergogna , ma poi si accorge che non lo stanno
prendendo in giro: ridono dell’accaduto ma si legge nei loro visi
una sorta di ammirazione.
Pierino è tutto mossette e risatine:
gli fa le boccacce, lo canzona, ma poi gli fa un segno con il dito
e gli dice: “Sei troppo forte, ciccione!”
Pietro gli risponde per le rime “Taci
tu, stecchino , nessuno mi ha trovato!”
Il padre continua a urlargli dietro
tenendolo per un braccio, ma Paolo vede solo i suoi amici ed il
tappeto di stelle sopra di sé…