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domenica 15 marzo 2015

Alla Ricerca delle Radici - Terza Parte


Circa due milioni di anni fa la pianura Padana era interamente occupata dal mare.
Anche Varedo, come tutto il resto della Lombardia e di gran parte delle regioni vicine faceva parte di quel vasto golfo naturale che è il Mar Adriatico.

Mi fa un pò impressione leggere queste prime righe del libro di Mario Merati  "Varedo".
Guardo fuori dalla mia finestra e cerco di immaginare tutto questo mare di cemento e di asfalto trasformato in un mare vero, come nel Pliocene.

Queste zone si sono trasformate da paesi contadini a paesi industriali in pochi anni e poi le grandi fabbriche della Brianza hanno lentamente chiuso una dopo l'altra: la Snia Viscosa, la Tonolli, l'Acna, l'Induma e la maledetta Icmesa.
Il cemento e l'asfalto hanno lentamente ma inesorabilmente divorato tutto il verde e tutti i campi disponibili, ma ora, dove è possibile, ci riprendiamo qualche spazio verde, come la pista ciclabile del Canale Villoresi, come il Viale della Villa Bagatti o il parco del Grugno Torto...corsi e ricorsi...

Perchè queste riflessioni forse un pò retoriche?
Nel 1978 in zona Valera di Varedo, durante una trivellazione, furono portate alla luce parecchie conchiglie fossili della classe dei Gasteropodi, che come dice sempre il Merati -  sono organismi di chiara natura marina ancora attuali e reperibili nella medesima struttura lungo le rive dell'Adriatico -


Conchiglie fossili ritrovate alla Valera

Ecco, prima o poi anche noi faremo la stessa fine delle conchiglie; forse ci sarà un maremoto o un terremoto o chissà quale catastrofe in un futuro lontano, quando avremo già smesso di esistere da un pezzo e così anche noi lentamente diventeremo dei fossili.
Che divertimento, pensate: magari tra un milione di anni, sempre che la Terra esista ancora, un altro essere vivente e pensante troverà il mio scheletro fossilizzato in fondo a Via Madonnina e si chiederà a cosa diavolo servisse quell'apparecchio ormai distrutto dal tempo con una tastiera ed uno schermo.
...Follie della mente in una sera di metà marzo!
Ma continuiamo e arriviamo al periodo delle grande glaciazioni.




Sempre Merati racconta delle grandi glaciazioni, che si alternarono per millenni e che, ovviamente, interessarono anche la Lombardia:

Allo sciogliersi dei ghiacciai i fiumi, i torrenti e gli effetti delle diluvioni invasero le valli alpine per sfociare in pianura , trascinando lungo il loro percorso enormi quantità di detriti che valsero a colmare l'ampio golfo marino, fino a formare la pianura Padana.

E' durante questo periodo di disgelo che il Seveso scorre impetuoso anche attraverso Varedo, trasportando detriti ovunque.
Il letto del Seveso allora era ovviamente molto più largo di quanto ci si possa immaginare e le pietre tipiche del letto di un grande fiume si possono ancora oggi ritrovare sotto le nostre case.
Ricordo mia nonna che mi portava con sè nell'orto quando ero ancora piccola per assistere alla raccolta delle patate.
Si affondava una forca nel terreno e con quella si faceva leva: ecco apparire come per miracolo delle belle e grosse patate e... un sacco di grossi e lisci ciottoloni di fiume!
Anche quando costruimmo sopra mia madre e facemmo fortificare le fondamenta della casa vennero fuori dal terreno questi strani e lisci ciottoloni.

Quindi, esattamente sotto casa mia a quei tempi scorreva un immenso e vorticoso fiume!
E poi vennero le palafitte, ma questa è un'altra puntata...




sabato 7 marzo 2015

Alla ricerca delle Radici - Seconda Parte

Arrivo alla biblioteca di Varedo e subito c'è una sorpresa; è intitolata alla mia ex insegnante di Lettere delle scuole medie, poi diventata preside ed in seguito morta in età ancora relativamente giovane, la professoressa Maria Teresa Carugati.
La temevamo tutti allora e spesso era molto severa, ma quello che ho imparato da lei mi ha spesso salvato durante il mio duro percorso liceale.
Ci metteva una grande passione quando spiegava Manzoni o Omero e questo mi è rimasto dentro e mi ha arricchito.
Lo so, sono una varedese che non frequenta molto Varedo e quindi può darsi che la biblioteca sia sempre stata intitolata a lei, ma io lo scopro per la prima volta.
Entro e vedo che l'ambiente non è così male.

Chiedo un libro sulla storia di Varedo e mi viene dato il libro "Varedo" di Mario Merati, il nostro grande concittadino, che ha cercato per tutta la sua vita di valorizzare la storia e la cultura di Varedo.







A casa comincio a scorrere le pagine dedicate alla storia antica di Varedo ed ecco che ritrovo  la mia colonna.

Merati conferma che fu eretta verso il 1647 e che venne innalzata a memoria di un'antica chiesa fondata dai Longobardi e da loro dedicata a S. Michele.
La pietra alla sua base è stata sicuramante riutilizzata, perchè è più antica della colonna.
Su questa pietra si riesce ancora a vedere un bassorilievo con delle figure geometriche forse di carattere simbolico, purtroppo ormai non più comprensibili.
Merati dice che la fotografò molti anni fa e poi la sottopose alla Sovrintendenza delle Antichità, che la ritenne un'antica ara votiva quasi sicuramente di origine celtica.

Accidenti, magari sono una discendente dei Celti! Gli occhi azzurri ce li ho, la carnagione pallida anche e, tanti anni fa, avevo anche i capelli neri!

Scherzi a parte piano piano mi faccio prendere dal libro e scopro che di storia a Varedo ce n'è davvero tanta, non solo quella legata alla colonna misteriosa.
Di reperti a Varedo ne sono stati trovati tantissimi, a partire dalle conchiglie fossili trovate alla Valera negli anni settanta...

... il viaggio continua...!
 


sabato 28 febbraio 2015

Alla ricerca delle Radici - Prima Parte

Come spesso mi succede quando voglio rilassarmi, un giorno vado a scartabellare tra le tante cose che ho scritto in passato: trovo una riflessione, una pagina di diario che riguarda una misteriosa colonna che si trova a pochi passi dalla mia casa, una colonna che ho sempre pensato fosse collegata alla peste di Manzoniana memoria.
E' una paginetta che ho scritto circa nove anni fa, dopo il trasferimento da Bovisio Masciago a Varedo e la costruzione del nostro appartamento sopra quello di mia madre e di mia sorella.
Dopo diciotto anni in una palazzina a Masciago ero tornata nel mio paese natale, vicino ai miei parenti.
Una sera guardavo fuori dal mio balcone e l'ho vista: la colonna misteriosa di Via Madonnina, attorno alla quale giocavamo da bambini.
E' da qui che voglio cominciare:



Colonna in fondo a Via Madonnina - Varedo

 
LA COLONNA MISTERIOSA


Lei è sempre lì.
In questa tiepida sera di aprile la osservo dal mio balcone ; c’è un alberello di pino che la copre in parte, ma la croce si vede benissimo.
Ed allora penso che sono contenta di essere tornata alla mia casa natale e di potermi guardare la colonna ogni volta che ne ho voglia.
Perché quando, come oggi, mi sento travolta dagli impegni e dagli eventi, per me lei è come un faro, un faro senza luce che mi illumina la vita.
Sembra guardarmi e dirmi : “ Dai, coraggio, se io sono sopravvissuta tutti questi secoli che importanza vuoi che abbiano le tue preoccupazioni?”

La colonna sulla via Madonnina è ormai chiusa tra i cancelli attigui di due case; la vecchia casa del benzinaio a destra ed una palazzina anni ’70 a due piani sulla sinistra.
Il benzinaio non so più che fine ha fatto.
Suo figlio maggiore lo conoscevo.
A metà settembre del 1974 ci eravamo incontrati su un treno che veniva da Trento; io tornavo da uno dei miei vagabondaggi estivi, lui non so da dove.
Arrivati alla stazione Centrale mi aveva aiutato a tirare giù dal treno la valigia , che pesava solo Dio sa quanto e intanto mi raccontava come fosse scampato dal disastro dell’Italicus.
A quei tempi ogni tot saltava per aria un treno .
Lui si era salvato.
Per finire al Creatore dopo neanche un mese in un incidente automobilistico.

Ok, ma la colonna non c’entra ; quella non ha mai portato sfortuna.
Comunque quelli erano tempi bui, dovremmo ricordarcene più spesso…

Oggi chi passa non la nota , eppure per anni che sembravano infiniti la colonna è stata in mezzo ad un campo, visibilissima da ogni lato.
Case allora ce n’erano poche e noi bambini avevamo a disposizione infiniti campi e campetti dove giocare.
Intorno alla colonna ci giocavamo a calcio, ed io riuscivo sempre ad infilarmi in mezzo ai maschi e fare da portiere.
Davanti c’erano degli iris (che noi chiamavamo “spadoni”) che la decoravano e davano un senso di rispetto verso i morti di peste del Seicento.
Non so chi avesse piantato quei bulbi , ma ricordo la sensazione di riverenza e rispetto che provavo quando, nelle sere di maggio, ammiravo quei fiori vicino alla colonna.
Oggi non c’è più nessun fiore.
La colonna però è ancora lì, a dispetto della nostra fretta e della nostra distrazione , a ricordarci un passato di Manzoniana memoria e la sua croce è ancora intatta , nonostante la pioggia,la neve , il vento, il freddo e la canicola di più di 400 anni.

Io sto invecchiando insieme alla colonna ,che è per me simbolo di ciò che non esiste più, ma anche della forza vitale, della resistenza alle intemperie umane che fa parte della vita .
Abbiamo molto da imparare da lei, anche se ormai oggi si fa fatica a distinguerla.
Lei ci insegna a resistere e andare avanti.
Secondo me sarebbe contenta se qualcuno le mettesse una piccola targa davanti, con un paio di informazioni per il passante distratto...

- Luciana Figini ( 2006 )



Particolare della base della Colonna


Dopo avere riletto questo mio scritto sono più incuriosita che mai e allora comincio a cercare informazioni in rete.
Dopo molto cercare finalmente trovo qualcosa ( molto poco, per la verità ) su di un sito chiamato Alternativaverdeperdesio.
Queste le scarne informazioni trovate su questo sito:

Quasi al termine di via Madonnina ( Varedo- MB ) sorge una croce 
sostenuta da una colonna. Eretta nel 1647, come palesa la data incisa
sul retro della base, era stata innalzata a memoria di un'antica
chiesa fondata dai longobardi e da loro dedicata a San Michele, 
un Santo congeniale a quel popolo bellicoso, in quanto ritenuto un 
santo guerriero, tanto da proclamarlo loro protettore.
L'importanza di questa colonna è anche  nella sua base, poiché
si tratta di un'antica pietra rettangolare certamente riutilizzata, 
sulla cui facciata vi sono scolpite in bassorilievo delle figure 
geometriche di carattere simbolico...


A questo punto capisco che la colonna è di molto antecedente al periodo della
peste e quindi vorrei trovare altre informazioni ; mi reco alla biblioteca
di Varedo...

...continua...






sabato 30 novembre 2013

Era mio Padre - Prima Parte

Tra qualche giorno mio padre avrebbe compiuto 92 anni.
Quando morì la prima cosa che feci fu di rileggermi il suo diario di guerra, miracolosamante arrivato incolume fino agli anni duemila, nonostante il continuo scartabellare e passare di mano attraverso gli anni.
Leggevo le vicende di mio padre soldato e cercavo di immaginarmelo da ragazzo, costretto come migliaia e migliaia di altri ragazzi della sua età a partecipare e a combattere in una guerra senza senso.
Cercavo anche di immaginare il suo ritorno a casa, in un'Italia devastata dalla guerra e tutta da ricostruire.
Poi mio marito ha messo mano al diario e l'ha completamente riscritto a computer - di questo gli sarò sempre grata - e quindi la lettura divenne più agevole.
Un giorno mi è venuto in mente di scrivere un piccolo racconto, nel quale mi immagino lo stato d'animo di mio padre al ritorno dalla guerra.
E' stato il mio modo per ricordarlo e per sentirlo vicino.
Ve lo propongo qui di seguito; le parti in grassetto sono quelle che si riferiscono al diario; alcune sono originali del diario, altre le ho modificate.




IL RITORNO DEL SOLDATO

E’ un giovane uomo : avrà ventiquattro , venticinque anni.
Cammina faticosamente nella sua uniforme sporca e scolorita.
Il suo viso è dello stesso colore dell’uniforme: pallido, sporco, uno sguardo da sconfitto, ma con un luccichio negli occhi.
Sul viso corrono innumerevoli piccole rughe.
Dicono che la guerra trasformi i giovani in vecchi ; i bombardamenti , la paura e gli stenti diventano dei luoghi visibili sulla cartina geografica di ogni viso.
L’uomo cammina e si guarda intorno; un piccolo sorriso timido appare sulle sue labbra e sembra spianare le rughe e la stanchezza.

La strada che va da Palazzolo a Varedo, dispersa in mezzo alla campagna, è piena di ciottoli e fango, ma per il ragazzo è la strada più bella del mondo…
Dopo la lunga pioggia il terreno è umido e profumato, gli alberi ed i campi intorno brillano di un color verde smeraldo , ma il giovane soldato cerca solo una cosa con lo sguardo.
Il cuore fa un balzo nel petto quando, da lontano, appare la sagoma familiare del campanile di Varedo.
“Eccoti qua!” – esclama Enrico sorridendo –“Finalmente ti rivedo!”
Sente che una lacrima gli sta per scendere dalla guancia, ma si fa forza – è un soldato, che diamine!- e tira avanti trascinandosi sulle spalle il pesante zaino ; nel cuore la pesantezza di cinque anni di guerra e di lontananza da casa.
Si ferma e si guarda indietro: il pullman che li ha portati fin lì a lui, al Taran e all’Angelo, si è già dileguato da un pezzo.

Improvvisa una sensazione di struggimento: ha lasciato dietro le spalle i suoi compagni e già sente la mancanza delle risate del Taran, degli scherzi dell’Angelo e delle voci e dei lamenti di tutti gli amici che ha incontrato in tutti questi anni.
Poi guarda avanti , rivede il campanile e riprende la sua strada verso casa.
Ad un tratto si ferma , si toglie di dosso lo zaino, si appoggia ad un muro.
Dentro di sé un’esplosione di rabbia , quasi insopportabile.
Gli hanno rubato la giovinezza e solo ora se ne accorge veramente,ora che il suo paese sembra accoglierlo da lontano.
Ricaccia indietro la bestemmia che gli stava nascendo sulle labbra, tocca la tasca laterale dello zaino prima di rimetterselo per accertarsi che il suo diario sia lì e riprende a camminare a passo svelto.

L’idea di scrivere un diario era nata per puro istinto di sopravvivenza; a cosa si può attaccare un ragazzo di diciannove anni che parte per la guerra sapendo che potrebbe morire?
Lui si era attaccato alle parole, a quell’arte in cui era stato sempre così bravo da meritare gli elogi della maestra e da spingere la madre, donna semplice ma intelligente, a tenerlo in casa il giorno dell’esame di quinta elementare per farlo bocciare.
Sì sì , proprio per farlo bocciare! Si era messa d’accordo con la maestra.
Il destino di Enrico era quello di cominciare a lavorare nei campi a undici anni, come tutti gli altri ragazzi; bocciarlo avrebbe significato farlo studiare ancora per un anno.
La mamma aveva portato un salame intero alla maestra per convincerla a bocciare il suo migliore allievo .
Enrico sorrideva tra sé e sé : non vedeva l’ora di riabbracciare mamma Ersilia.





Natale 1940

Proprio oggi, proprio il giorno di Natale , ho ricevuto la maledetta cartolina e mi devo presentare al distretto – destinazione Venaria Reale, Torino.

Sento una rabbia terribile dentro-io con questa guerra non c'entro niente, non mi appartiene, così come non appartiene alle altre migliaia di ragazzi, sì perchè siamo tutti ragazzi, che in questo momento stiamo partendo o siamo già al fronte.


Non so quanto resterò via di casa , ma la sensazione è che la mia giovinezza stia partendo insieme al treno che mi porta a Torino...



Enrico è arrivato in centro a Varedo: è quasi mezzogiorno e le strade sono vuote: sono tutti a pranzo.
Arriva in fondo a Via Madonnina e davanti a lui vede la grande chiesa parrocchiale. Sul muro che la divide dalla villa Medici c’è qualche manifesto strappato, che viene mosso da un leggero venticello.
Il ragazzo rimane qualche istante ad osservare quelle scritte come ipnotizzato.
Legge e rilegge nella sua mente i titoli dei manifesti e subito se li dimentica e deve tornare a leggerli.
Tutto gli appare irreale, lontano.
E' già tornato qualche volta in licenza a casa, ma era sempre stato tutto provvisorio, qualche giorno e poi via di nuovo al fronte.
Adesso sarà per sempre, adesso la vita ricomincia e qui sembra che la guerra non sia neppure passata.
A ben pensarci sembra tutto un sogno.

Enrico si ferma in piazza della chiesa, si accenda una sigaretta e tergiversa.
Da una parte non vede l'ora di essere a casa, dall'altra ha una grande confusione in testa; cosa lo aspetta? Cosa farà adesso senza i suoi amici? E soprattutto dove va a riprendere quegli anni che non ha vissuto?

Ho saputo che il mio amico Pasquale è a Novara.

Mi manca la sua amicizia, mi mancano le risate anche se qui , a Manduria , ho trovato molti altri amici.

Due in particolare sono particolarmente simpatici: l'Angelo e il Giuseppe, chiamato Taran.

Con loro mi sono fatto già qualche giorno di prigione a causa di una sbornia impressionante.

Qui la vita è dura e quando si può ci si sfoga un po’.

La cosa più memorabile è stata la settimana di licenza del comandante all'inizio di Novembre.

“Via il gatto i topi ballano”-ed in effetti abbiamo trascorso una settimana da cuccagna: baldoria fino alle prime luci dell'alba, grandi cene con gli ufficiali, innaffiate da grandi quantità  di vino, giochi e risate.





(fine prima parte)

racconto di Luciana Figini

sabato 13 luglio 2013

All'ombra della Snia di Varedo





Sono passata sopra le aree Snia percorrendo in bicicletta la pista ciclabile che costeggia il canale Villoresi: all'altezza delle rotaie delle Ferrovie Nord c'è un ponte che ci passa sopra e da lì si può vedere l'estensione di quella che una volta era una delle più grandi fabbriche della Lombardia .

Qualche anno fa qualcuno aveva prospettato il riutilizzo di queste aree; chi parlava di nuovi palazzi e di nuovi centri commerciali (oh, che novità!), chi di farne un enorme centro della moda ecc. ecc.
La crisi ha bloccato tutto, anche i progetti sulle ex aree Snia e forse, almeno in questo caso, non tutti i mali vengono per nuocere.
Di anno in anno le zone intorno alla vecchia fabbrica si stanno coprendo di boschetti sempre più fitti.
Forse con il passare del tempo tutto crollerà e la vegetazione avrà la meglio su tutto.

Di poche cose ho fiducia nella vita.
Una di queste è la potenza della natura.
Se anche riusciremo a distruggere tutto il pianeta sono sicura che almeno una pianta, un'erba, un essere vivente riuscirà a sopravvivere e la natura riprenderà il predominio sulla Terra.
Per il momento siamo noi a pensare di averne il predominio, anche se i dubbi a proposito si fanno sempre più numerosi.




La Snia Viscosa appartiene ad un periodo storico in cui l'uomo di razza nordico-lombarda pensava davvero di essere il padrone di tutto.
Della natura , ma anche dei suoi simili, se ne fregava bellamente.
Durante gli anni sessanta-settanta dalle ciminiere della Snia usciva di tutto e nessuno aveva niente da dire.
I suoi fumi ammorbavano l'aria, i suoi liquami distruggevano il fiume Seveso e nessuno aveva niente da dire.
I residui di zolfo, messi all'esterno della fabbrica, si alzavano in volo con il vento colorando l'aria di rosso e nessuno aveva niente da dire.
Il Dio lavoro-produzione-soldi-industrializzazione imperava ed era comprensibile: dopo anni di fame, guerra e disgrazie la gente aveva solo voglia di guadagnare, farsi la casa, avere il televisore e la lavatrice, mandare in giro i propri figli finalmente con vestiti decenti, mangiare tutti i giorni.
Era tutto semplice e comprensibile: nessuno si lamentava dell'inquinamento e della puzza, nessuno reclamava se gli impianti andavano giorno e notte con un frastuono terrificante.
La Snia portava lavoro e soldi.





Ogni tanto si sentiva parlare di qualcuno che moriva di cancro o di qualche altra malattia, ma non ci si faceva caso.
Per le centinaia di famiglie varedesi e per tutti gli immigrati che lavoravano negli impianti la fabbrica era solo una benedizione.
Non importava che le ciminiere non smettessero un minuto di eruttare veleni nell'aria o che il fiume Seveso diventasse una cloaca a cielo aperto per gli scarichi multicolori della fabbrica.
Non importava neppure che noi bambini ci giocassimo, sulle rive di quel fiume avvelenato, dove neppure i topi sopravvivevano.

Chi arrivava da Milano in treno si accorgeva immediatamente di essere a Varedo dalla puzza mefitica che proveniva dalla fabbrica.
Eppure noi di Varedo in qualche modo cercavamo persino di difenderla, dicendo che a Milano si viveva comunque peggio, o che a Pero la puzza era peggiore di quella.





Un amico che una notte mi accompagnò a casa dopo una serata in discoteca rimase atterrito dal rumore e dalla puzza della Snia.
Eppure io me ne accorgevo a malapena.

La fabbrica ha avuto, nel bene e nel male, un ruolo importantissimo per Varedo.
Centinaia di meridionali sono venuti a lavorare nella Snia e hanno abitato nei casermoni costruiti per accoglierli.
Per anni la convivenza è stata difficile, ma poi, a poco , a poco, come era successo prima ai veneti e ai friulani, i meridionali si sono integrati ed hanno portato idee e abitudini nuove, che hanno cambiato il paese ed hanno contribuito a rinnovarlo.





Adesso ogni sera mi affaccio al mio balcone e scruto le ciminiere della Snia: controllo la vegetazione tutta intorno e mi accorgo di come si sta estendendo, seguo il volo degli uccelli, mai così numerosi come in questo periodo e faccio qualche fotografia, soprattutto al tramonto , quando il sole muore dietro alle vecchie ciminiere e illumina tutto il cielo.



- Testo e foto di Luciana Figini -


domenica 9 dicembre 2012

Qualcosa di leggero


Finisco finalmente le mie eterne correzioni domenicali e per rilassarmi decido di scrivere qualcosa di leggero e nostalgico.
Ripenso agli articoli che ho scritto sul cinema Lux, su Varedo, su "Per Voi Giovani", sulla mia adolescenza e riprendo il filo.
Cerco di pensare a come ci divertivamo una volta, da bambini, da adolescenti e poi da giovani donne e uomini.

Mi vengono in mente mille immagini, ma ovviamente non posso scrivere un articolo lungo 500 pagine, così ne accennerò qualcuna.

Allora: da bambini c'era l'oratorio, rigorosamante  diviso tra maschi e femmine si intenda!
Solo per un'estate ( avevo circa 12 anni) l'oratorio "feriale" (quello che oggi credo chiameremmo centro estivo) è stato misto, perchè era in costruzione il nuovo oratorio femminile.
Sai che pacchia quell'estate! Non ci sembrava vero di poter giocare tutti insieme, maschi e femmine.
Che si faceva all'oratorio, oltre che frequentare quella che allora si chiamava "dottrinetta"?
Si giocava a pallavolo, a palla prigioniera e, il mio gioco preferito,a palla avvelenata.
Non ricordo bene la dinamica di quel gioco (che dite, è passato qualche annetto?) ma so che tornavo a casa scarmigliata, sudata, piena di lividi ma contenta come una pasqua.





Poi c'era la "pappatoria": dieci lire di fragole zuccherate, cinque lire di stringa o di "zabesi" (ma sarà una parola di origine africana o sono io che l'ho inventata?).
E poi la "farinetta" da mangiare con la liquirizia o i topo gigi fatti di non so bene che sostanza che si allungavano tipo i marshmellow.
Insomma una dieta proprio bilanciata!
Infine c'erano le altalene, su cui passare dei pomeriggi interi ( ma ve la ricordate l'emozione di andare in altalena a folle velocità? Se oggi lo facessero i nostri figli o nipoti ci verrebbe un collasso!)

Il passaggio dall'oratorio ai divertimenti più "da grande" avvenne per me verso i 14/15 anni, quando cominciai ad andare a scuola a Milano.





Per i primi anni del Liceo il mio punto di riferimento rimase comunque Varedo, poi "migrai" verso altri luoghi e interessi.
Dove andavamo, noi ragazzi degli anni settanta con i nostri pantaloni a " zampa d'elefante" o i nostri maxicappotti?
Oltre che al cinema, di cui ho già ampiamente parlato in un altro post (vedi "Cinema Lux di Varedo") andavamo ovviamente in discoteca.
Allora c'erano ancora alcuni locali con il complesso dal vivo ( come "L'Altro Mondo" di Birago e "Il Giardino" a Palazzolo), mentre altre erano vere e proprie discoteche con tanto di DJ ( tipo la discoteca "Coscot" a Nova Milanese).
Comunque avevano tutte delle caratteristiche abbastanza simili:

- costavano poco ( anzi, noi ragazze entravamo quasi sempre gratis)
- avevano orari totalmente diversi da quelli di oggi ( i ragazzi più piccoli ci potevano andare di domenica pomeriggio e alla sera non si entrava a mezzanotte come ora, ma molto prima, verso le nove e mezza )
- si fumava quanto si voleva ( ma all'epoca si fumava dappertutto )
- c'era la "ronda" costante dei ragazzi intorno ai gruppi di ragazze, pronti a precipitarsi immediatamente a chiedere " vuoi ballare? " non appena iniziavano i lenti.
Già, oggi i lenti non ci sono più, peccato.
Allora erano un modo per rilassarsi un pò tra un ballo e l'altro e , ovviamente, erano un metodo insuperabile per " cuccare ".





In quanto alle "tecnologie" di quegli anni vediamo di fare un altro breve elenco:

- ovviamente non esistevano i cellulari ( il "cellulare" era un termine usato per indicare l'auto della polizia, allora soprannominata spesso "pula").
Telefonare a casa  significava: 1- avere dei gettoni per il telefono - 2- trovare una cabina del telefono.
Non era facile nè trovare i primi nè la seconda, quindi spesso non si telefonava e questa era una delle cause più frequenti di litigi con i genitori.
- la musica, o la sentivi alla radio o ti compravi i dischi, oppure la "piratavi" registrando interi album sulle musicassette BASF o TDK.
A volte si inceppavano, così era essenziale avere a portata di mano una penna Bic per riavvolgere il nastro e far ripartere la cassetta.






Questa del riavvolgere il nastro era una delle miriadi di trovate che avevamo per risparmiare.
E si cercava di risparmiare davvero su ogni cosa:

- i blue jeans o lo zaino per le vacanze li si andava a comprare usati alla fiera di Sinigaglia
- le auto erano poche, lente e si usavano in gruppo per risparmiare benzina
- i vestiti erano spesso quelli "della sorella", "della zia" o "della cugina"
- le pile esaurite del registratore Philips si facevano " rinvenire " sulla stufa o ( per chi ce l'aveva ) sul calorifero ( una volta ho dimenticato una pila sulla stufa ed è scoppiata !)
 Insomma erano tempi un pò magri e ci si doveva accontentare, ma per quel che mi ricordo le nostre ristrettezze economiche non ci hanno mai impedito di divertirci.





domenica 4 novembre 2012

Il Bosco vicino a Casa


Quando si abita da tanto tempo nello stesso luogo spesso non ci si accorge dei lenti ma fondamentali cambiamenti che vi  hanno luogo.
Una domenica pomeriggio avevo un'amica ospite a casa mia ; c'era un tempo stupendo e decidemmo di fare quattro passi.
La portai al viale della Villa Bagatti, che si trova a due passi da casa mia, e, camminando camminando, raggiungemmo la pista ciclabile del canale Villoresi e poi il Bosco dei Gelsi.
Quella mia amica era entusiasta della passeggiata e mi disse che ero davvero fortunata ad abitare in un posto così bello.
In seguito ho spesso ripensato a quelle parole e mi sono chiesta come mai non me ne fossi mai accorta prima.






Così un pomeriggio di poche settimane fa ho preso la mia bicicletta e ho ripercorso il tragitto fatto a piedi con quella mia amica, fotografando gli scorci più belli ma sforzandomi anche di ricordare com'erano quei luoghi tanti anni fa.
Beh, chi ha la mia età si può ricordare benissimo che il Viale della Villa Bagatti era una discarica a cielo aperto, mentre ora è un luogo dove le persone si incontrano, fanno jogging,vanno in bicicletta e portano a spasso i cani.
Che fosse così mal tenuto a quei tempi noi non ce ne accorgevamo: giocavamo comunque, su di un prato così come vicino ad una discarica o sulle rive dell'inquinatissimo Seveso.






Il Bosco dei Gelsi inizia poco lontano dalla pista ciclabile del Canale Villoresi ed è un piccolo gioiellino.
In questi anni migliaia di alberi autoctoni sono stati piantati e, come dice il nome del bosco, soprattutto i gelsi, molto usati una volta in questi paesi , perchè c'era la coltivazione dei bachi da seta che, appunto, mangiavano le foglie di gelso.
Vicino alla superstrada il bosco si fa davvero fitto, sembra di essere in Brianza.


 


Non mi tiro mai indietro quando si tratta di criticare gli aspetti più negativi dei nostri paesi, ma in questo caso non posso che lodare l'iniziativa di chi ha ideato questo bosco e di chi tiene in ordine il Viale della Villa Bagatti e la pista ciclabile del canale Villoresi.
Una volta Varedo era famoso per essere uno dei paesi più inquinati della provincia di Milano ed il suo "benvenuto" te lo dava con la puzza terribile dei fumi della Snia.
Adesso le ciminiere della Snia sembrano dei giganti innocui in mezzo a questo verde stupendo a due passi da casa.







giovedì 19 luglio 2012

Come distruggere i Paesi

 

La Chiesa di Varedo
                                                   
 

Cammino a piedi lungo la via Madonnina di Varedo e provo a ricordare tutti i negozi ed i bar che si affacciavano su questa strada negli anni '60-'70-'80.
All'inizio della via c'è il bar "Nunin" , l'unico ancora aperto da quegli anni.
Poi per il resto si prosegue con i ricordi: subito a sinistra c'era la mitica latteria, punto di incontro per i ragazzi di una volta.
Ricordo che c'erano sempre dei tavolini fuori ai quali si sedevano i bellimbusti di turno a osservare e commentare le ragazze di passaggio.
Poi c'era il calzolaio , il salumiere "Miotto" e, più avanti, l'osteria.
Al sabato sera, alla chiusura del locale, c'era sempre un gran via vai sulla via Madonnina di uomini in bicicletta che cantavano o litigavano dopo avere fatto "il pieno".
In questa osteria vendevano anche il gelato in cono: 25 lire quello piccolo, 50 lire il più grosso.
Tornando verso piazza della Chiesa c'erano una drogheria, il macellaio, le fruttivendole ( erano due sorelle ) e la mitica "Lufetta", negozio di merceria dove potevi trovare di tutto, dalle mutande alle saponette.
A lato della piazza della chiesa c'era la cartoleria "Colleoni", dove tutti i ragazzini della zone si rifornivano di quaderni, penne e fogli di protocollo.
Io sono sempre stata una patita della carta e dello studio e riesco a ricordarmi il profumo di fogli e quaderni che si sentiva nel negozio.
Oggi è rimasto solo il panettiere all'angolo.
Sulla via Madonnina non esistono più nè negozi, nè locali.
Non è una caratteristica solo di questa via, ovviamente; in tutti i paesi del circondario ci sono delle strade che una volta erano piene di negozi e bar e che ora sono dei luoghi desolati.
Sono troppo "retrograda"? Sono troppo nostalgica ?
Ebbene , lo ammetto: sono una che non si trova a proprio agio nei centri commerciali, neppure in estate con l'aria condizionata.
Potete raccontarmi fin che volete che è meglio oggi, che è meglio comprare paccottiglia a poco prezzo e stare belli freschi in questi luoghi-non luoghi.
Io dico che potevamo fermarci ai supermercati e all'Upim ( ve lo ricordate? Ha chiuso anche quello), non era necessario riempire i nostri paesi di mega centri commerciali anonimi e, diciamolo, brutti.
La spersonalizzazione poi è terribile: una volta con il negoziante si parlava e ci si rapportava, c'erano quelli antipatici e quelli simpatici, ma erano comunque PERSONE.
Oggi è tutto uguale : le persone, i marchi in vendita, tutto assolutamente identico e spersonalizzato.
E le vie dei paesi, causa anche la terribile crisi, sono sempre più vuote e tristi...
Era davvero questo che volevamo per i nostri paesi?




Viale della Villa Bagatti a Varedo