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giovedì 4 dicembre 2014

Ciao Papà!


Oggi avresti compiuto 93 anni.
Sei mancato nell'agosto del 2004 e quindi sono ormai più di dieci anni.

La cosa più strana è che più passa il tempo e più sento la tua mancanza.
Non abbiamo mai avuto un rapporto idilliaco noi due: spesso abbiamo litigato, spesso non ci siamo capiti, ma sono contenta di due cose: non abbiamo mai perso il rispetto e l'affetto l'uno verso l'altra e, negli ultimi anni della tua vita, ci siamo ritrovati e ci siamo davvero voluti bene...

Buon compleanno papà, dovunque tu sia...




Per chi vuole leggere, o rileggere, il racconto che ho scritto basandomi sul diario di guerra di mio padre:

http://luciana-unviaggioimmobile.blogspot.it/2013/11/era-mio-padre.html

http://luciana-unviaggioimmobile.blogspot.it/2013/12/era-mio-padre-seconda-parte.html

http://luciana-unviaggioimmobile.blogspot.it/2013/12/era-mio-padre-terza-e-ultima-parte.html

domenica 1 dicembre 2013

Era mio Padre - Terza e Ultima Parte


Enrico rilegge ancora una volta quello aveva scritto l’8 di settembre e la stessa rabbia sembra di nuovo assalirlo.
Prende una matita ed un foglio e si mette a scrivere .

Quel cretino del Dante dice che il merito della liberazione d'Italia è solo degli alleati e dei partigiani.

E noi chi siamo?

Secondo lui siamo solo dei voltagabbana, che prima stavano col Duce e poi contro i tedeschi.

Mi viene una rabbia: proprio lui parla di queste cose, lui che è stato riformato non si sa bene per quale motivo, lui che non sa neppure cosa sia la guerra, perchè l'ha passata tutta a casa.

Eppure queste cose non le dice solo il Dante: su tutti i giornali , in tutti i discorsi si inneggia ai partigiani, si esaltano gli alleati, si accolgono con tutti gli onori gli internati dei campi di concentramento.

Tutte cose giuste e sacrosante...ma noi chi siamo?
I giornali non ne parlano,le persone che ti incontrano, quando sanno che eri un soldato, ti guardano in modo strano,quasi diffidente.

Non mi sono mai sentito un eroe di guerra, ma non avrei mai pensato di sentirmi un traditore, di essere denigrato o, quando va bene, non considerato.

Eppure le popolazioni dei paesi che abbiamo liberato quando ci vedevano erano entusiaste, ci portavano in casa loro, ci offrivano tutto ciò che possedevano, ci dimostravano un'enorme gratitudine.

Io dentro sento un rancore sordo ogni volta che si tocca l'argomento.

Anche in famiglia non riesco a sfogarmi : loro non vogliono più sentir parlare di guerra, cercano di cambiar subito discorso.

Ed io rimango con la mia bestia nel cuore.

“Povero tenente Senadei!”- penso - “sei diventato cieco per niente!”





E’ sabato notte ed Enrico è appena tornato dall’osteria , sale le scale un po' a fatica, barcolla.
-Chisà che ora è?- pensa Enrico, mentre, sconfitto dalle gambe che non ne vogliono sapere di camminare, si siede su un gradino e si accende una sigaretta.
A lui la notte non fa paura; ha l’anima del pipistrello.
Si mette a ridere tra sé e sé quando sente un sonoro russare provenire dalla porta vicina: le zie Paola e Bina stanno “resegando bene”.
Sorride tra una boccata di sigaretta e l’altra , pensando alle due zie .
Enrico è circondato da parenti e amici; la sua piccola attività di falegname sta ingranando e gli sta cominciando a dare qualche soddisfazione…eppure ci sono cose che può raccontare solo a pèochi amici all'osteria.
Nessuno vuole sentire più parlare di guerra e poi ci sono quelle sensazioni di angoscia che non lo lasciano in pace...
Da lontano passa un uomo in bicicletta; torna a casa dall’osteria e canta a squarciagola.
Enrico lo riconosce subito dalla voce: è l’Aquilino, quello che è tornato dalla Germania a piedi dopo essere scappato da un campo di prigionia.
Enrico si alza , pensa a tutti quelli che hanno avuto vita molto più dura di lui, a tutti gli amici che non sono più tornati e si avvia verso casa con una lacrima negli occhi che non si decide a scendere…

Giornate terribili, ma cominciamo a capire che la fine sta arrivando.

Vicino a Corinaldo si spara a tutto spiano: i tedeschi sono vicinissimi, ma ormai non hanno più scampo.

Dopo essere riusciti ad avanzare arriviamo ad Urbania: anche qui distruzione ovunque.

Ponti e ferrovie, persino alberi fatti saltare dai tedeschi.

Negli occhi ho così tanta distruzione e disperazione che a volte non riesco a sopportarne il pensiero.

Poco prima della fine della guerra mi viene finalmente concessa una licenza.

Sono agitatissimo, prendo il primo treno e parto per Milano.

Lungo il tragitto desolazione e distruzione ovunque.

Chi si sarebbe mai immaginato tutto questo?

Penso con angoscia alla mia famiglia – saranno ancora vivi? Staranno bene?

Sono mesi che non ricevo loro notizie.

Penso a Mussolini e all'incubo nel quale ha fatto entrare l'Italia.

Mentre passiamo per un paese completamente raso al suolo sento dentro di me un odio sordo verso di lui e verso tutti quelli che lo hanno appoggiato.

Il giorno dopo sono a Varedo.

Il paese è ancora tutto intero, sembra non sia successo nulla.

Mi fermo qualche minuto alla stazione e scoppio in un pianto liberatorio: sono tutti lì , ad aspettarmi alla stazione.

Sa Dio come hanno fatto a saperlo.

Tra qualche giorno dovrò tornare al fronte ma mi sono tolto un peso enorme dal cuore.

Sono passati ormai molti mesi da quando Enrico è tornato dalla guerra.
A poco a poco, lui che è appassionato di attualità e storia, è venuto a sapere di tutta la distruzione e l'orrore che la guerra aveva portato ovunque.
Sui giornali scorrono le foto della Francia, dell'Inghilterra , dell'Italia, della Germania.
L' Europa intera è devastata eppure bisogna ricominciare.
La maggior parte della gente cambia discorso quando lui comincia a parlare dei cinque anni di guerra.
Allora lui prende la sua sigaretta, esce di casa e si fa un giro in mezzo ai campi.
Spesso si siede in mezzo a un campo o sotto un albero e parla da solo.
Spesso vede davanti a sé le immagini dei compagni morti e piange sommessamente.
Poi si mette ad ascoltare i grilli , le voci lontane di mamme che richiamano i bambini o gli scoppi di risa di gente seduta in cortile a raccontarsi cose divertenti .
Allora finisce la sigaretta , si alza lentamente e si riavvia verso casa.
Dentro di sé il brontolio del passato non si placa ancora e sa che ribollirà ancora per anni, ma sa di avere davanti a sé tutta una vita da costruire, tutta una vita da vivere ancora e allora, quasi non volendolo, sorride leggermente , come quel giorno sulla strada da Palazzolo a Varedo.
Gira l’angolo e rivede il suo campanile: lui è lì , fermo e placido, sembra quasi guardarlo , sembra quasi dargli coraggio.

Enrico si mette a fischiettare un motivetto e sente che qualcosa di nuovo sta nascendo dentro di lui: è qualcosa di piccolo, ancora in embrione, una specie di speranza abbozzata, un puntino di futuro in mezzo al cuore, ancora troppo lieve per riuscire a percepirlo pienamente… ma è lì, sta mettendo radici, gli farà compagnia insieme al fumo delle sue sigarette… 




FINE


...ciao papà...


racconto di Luciana Figini 


Era mio Padre - Seconda Parte


Enrico è arrivato all'ingresso del suo cortile, in Via Vittorio Emanuele II.
Sulla destra il fienile ed in mezzo i carretti dei contadini.
Una volta quando era bambino aveva fatto cadere la sorella dal fienile per gioco- allora aveva avuto una paura del diavolo, perchè l'aveva vista immobile, come morta.
Ma poi si era subito rialzata ed aveva continuato a giocare.

Davanti a lui la casa di ringhiera dove vive con la madre, il padre, le sorelle ed il fratello.
La sua casa e tutte quelle intorno si affacciano su di un cortile comune.
Le donne hanno approfittato della giornata mite e del venticello per stendere tutti i panni dalle ringhiere.

Ecco, ad un certo punto una figura minuta uscire dalla porta di casa ed affacciarsi sul cortile.
E' Franca , la sorella più piccola.
“Mamma!”-grida-”Mamma! E' arrivato!E' arrivato!”
E' un attimo e subito tutti si precipitano di sotto.
Enrico corre verso di loro e li abbraccia.
Tutti piangono, ridono, gridano, fanno un gran casino.
Persino le zie Paola e Bina escono dal loro uscio e si mettono a piangere e a chiamare l'Enrico.
Amici, vicini, parenti, tutti escono dalle case e corrono incontro al soldato che ha riportato a casa la pelle.

Due notti terribili.
Giovedì notte le pulci e tutti i più schifosi animaletti del creato si sono scatenati sui nostri poveri corpi .
Il Taran, che è il più grosso e quindi il più appetitoso per queste bestie orrende, ha passato la notte a mandare saracche terribili contro le pulci, contro la guerra e contro Mussolini.
Meno male che il capitano dormiva della grossa (ma a lui le pulci non lo mordono?) altrimenti il mio amico si sarebbe fatto qualche giorno di prigione.
Ecco il nostro fronte quotidiano: fare la guerra alle pulci…ma senza armi!

Venerdì notte ho fatto la guardia e mi sentivo stanchissimo: stanchissimo di questa guerra, stanchissimo di sprecare la mia giovinezza in questo modo.
Guardo la campagna silenziosa intorno a me e penso a questi anni, che dovrebbero essere i più begli anni nella vita di un uomo e che invece stanno passando dentro un'uniforme.




Mamma Ersilia è fuori di sé dalla gioia e subito trascina Enrico in cucina.
Non c’è gran che in tavola ma ad Enrico sembra un paradiso: addenta con gusto il pane e salame , si serve generosamente del vino e tra un boccone e l’altro parla e parla , racconta del viaggio di ritorno e degli amici , di Manduria e delle notte di guardia e di quella volta che per poco non lo ammazzano.


Ades l’è finida! – dice tutto contento prendendo Franca sulle sue ginocchia.


Nel petto però sente ancora la stessa ansia che lo accompagna da quando è sceso dal pullman.
Il padre , Alfonso, se lo mangia con gli occhi ma Enrico si accorge di come sia invecchiato durante gli ultimi anni.
Lui è il fratello maggiore e sa che per lui la fine della guerra significa anche l’inizio della fatica vera, quella nei campi.
A poco a poco Enrico ricomincia la vita da borghese:si è dato un po' di tempo per riprendersi, prima di decidere cosa farà nella vita.
I suoi sono contadini , ma per lui “la terra è troppo bassa”.
Vuole fare qualcosa di diverso e ha già un paio di idee.
Durante la guerra ha fatto spesso il barbiere per i soldati e per gli ufficiali,potrebbe essere un buon mestiere da civile.
Ma un'altra idea gli sta frullando nella testa : prima di andare in guerra aveva lavorato per un falegname e il lavoro non gli dispiaceva.
Magari si potrebbe aprire una bottega .
Con queste idee in testa e con la solita sigaretta in bocca, una Nazionale senza filtro, si avvia dopo pranzo al bar della cooperativa.
 





Già da qualche giorno ha ripreso a frequentare gli amici, o , almeno, quelli che sono rimasti.
Il suo amico Pasquale è morto al fronte, colpito da una granata,il Peppino è morto in un campo di prigionia in Germania.
Alcuni sono dispersi e la famiglia non ne sa niente.
Enrico prende il solito bicchiere di vino e si siede insieme agli amici.
Giocano a carte, cercano di ridere un po' e di parlare di ragazze, ma l'atmosfera è cambiata.
Ci vorrà parecchio tempo prima che la guerra e tutti i suoi orrori vengano dimenticati.
Da un lato, seduto da solo davanti ad un bianchino spruzzato c'è l'Antonio.
Prima della guerra era il più casinista e allegro di tutti.
Da quando è tornato è cambiato completamente, si apparta, non parla quasi con nessuno, passa la maggior parte del tempo con lo sguardo fisso nel vuoto.
Dicono che fosse in un campo di prigionia vicino a Dresda e che abbia assistito al bombardamento .
Cosa abbia visto esattamente non si sa, ma il suo sguardo perso è ancora in mezzo a quei morti e a quelle macerie.

8 Settembre 1943 : Armistizio
Tutto finito? Si torna a casa?
No ,assolutamente no, si combatte ancora, anzi , da ora in poi sarà più dura.
La Germania, che era nostra alleata, adesso è diventata nostra nemica .
Ha ragione il mio amico Taran “La guerra si finisce da una parte e si comincia dall'altra”.
Siamo confusi, non sappiamo niente dei nostri parenti e amici, il morale è a terra.
L'Italia è divisa in due e noi dobbiamo risalirla, da Sud a Nord, per liberarla dai tedeschi e per aiutarla.
Alla fine di maggio del '44 partiamo da Manduria per arrivare a Benevento: paesi, ferrovie, officine distrutte. Morte e distruzione ovunque . Terribile...
Nessuno parla ma tutti abbiamo un'angoscia addosso che ci spacca il cuore.
In provincia di Benevento e poi ad Ancona ci sono dei forti scontri con i tedeschi: insieme alle truppe italiane del corpo di liberazione riusciamo a scacciare le truppe tedesche e ad avanzare.
Quando arriviamo ad Ascoli sono già 300 km che marciamo e combattiamo, ma l'entusiasmo con cui la popolazione ci accoglie è un grande sollievo per il nostro morale.
Di notte pensiamo alle famiglie e ci chiediamo che fine abbiano fatto, se i nostri cari siano ancora vivi o no.
Le comunicazioni sono praticamente interrotte.
Vicino a Jesi c'è un altro scontro e stavolta alcuni uomini vengono uccisi ed il tenente Senadei rimane colpito gravemente agli occhi dalle scariche di artiglieria dei tedeschi.
Viene subito medicato ma non c'è niente da fare: rimarrà cieco per tutta la vita.
Io sto male continuamente: non sono un eroe , non lo sono mai stato, ma stavolta l'odore della morte mi segue tutti i giorni...
Nelle poche ore di sonno notturno incubi terribili si susseguono.
Ieri notte ho sognato il mio cortile completamente distrutto e pieno di cadaveri.
Mi sono risvegliato con il cuore che mi batteva all'impazzata...






 ( fine seconda parte )


Racconto di Luciana Figini

sabato 30 novembre 2013

Era mio Padre - Prima Parte

Tra qualche giorno mio padre avrebbe compiuto 92 anni.
Quando morì la prima cosa che feci fu di rileggermi il suo diario di guerra, miracolosamante arrivato incolume fino agli anni duemila, nonostante il continuo scartabellare e passare di mano attraverso gli anni.
Leggevo le vicende di mio padre soldato e cercavo di immaginarmelo da ragazzo, costretto come migliaia e migliaia di altri ragazzi della sua età a partecipare e a combattere in una guerra senza senso.
Cercavo anche di immaginare il suo ritorno a casa, in un'Italia devastata dalla guerra e tutta da ricostruire.
Poi mio marito ha messo mano al diario e l'ha completamente riscritto a computer - di questo gli sarò sempre grata - e quindi la lettura divenne più agevole.
Un giorno mi è venuto in mente di scrivere un piccolo racconto, nel quale mi immagino lo stato d'animo di mio padre al ritorno dalla guerra.
E' stato il mio modo per ricordarlo e per sentirlo vicino.
Ve lo propongo qui di seguito; le parti in grassetto sono quelle che si riferiscono al diario; alcune sono originali del diario, altre le ho modificate.




IL RITORNO DEL SOLDATO

E’ un giovane uomo : avrà ventiquattro , venticinque anni.
Cammina faticosamente nella sua uniforme sporca e scolorita.
Il suo viso è dello stesso colore dell’uniforme: pallido, sporco, uno sguardo da sconfitto, ma con un luccichio negli occhi.
Sul viso corrono innumerevoli piccole rughe.
Dicono che la guerra trasformi i giovani in vecchi ; i bombardamenti , la paura e gli stenti diventano dei luoghi visibili sulla cartina geografica di ogni viso.
L’uomo cammina e si guarda intorno; un piccolo sorriso timido appare sulle sue labbra e sembra spianare le rughe e la stanchezza.

La strada che va da Palazzolo a Varedo, dispersa in mezzo alla campagna, è piena di ciottoli e fango, ma per il ragazzo è la strada più bella del mondo…
Dopo la lunga pioggia il terreno è umido e profumato, gli alberi ed i campi intorno brillano di un color verde smeraldo , ma il giovane soldato cerca solo una cosa con lo sguardo.
Il cuore fa un balzo nel petto quando, da lontano, appare la sagoma familiare del campanile di Varedo.
“Eccoti qua!” – esclama Enrico sorridendo –“Finalmente ti rivedo!”
Sente che una lacrima gli sta per scendere dalla guancia, ma si fa forza – è un soldato, che diamine!- e tira avanti trascinandosi sulle spalle il pesante zaino ; nel cuore la pesantezza di cinque anni di guerra e di lontananza da casa.
Si ferma e si guarda indietro: il pullman che li ha portati fin lì a lui, al Taran e all’Angelo, si è già dileguato da un pezzo.

Improvvisa una sensazione di struggimento: ha lasciato dietro le spalle i suoi compagni e già sente la mancanza delle risate del Taran, degli scherzi dell’Angelo e delle voci e dei lamenti di tutti gli amici che ha incontrato in tutti questi anni.
Poi guarda avanti , rivede il campanile e riprende la sua strada verso casa.
Ad un tratto si ferma , si toglie di dosso lo zaino, si appoggia ad un muro.
Dentro di sé un’esplosione di rabbia , quasi insopportabile.
Gli hanno rubato la giovinezza e solo ora se ne accorge veramente,ora che il suo paese sembra accoglierlo da lontano.
Ricaccia indietro la bestemmia che gli stava nascendo sulle labbra, tocca la tasca laterale dello zaino prima di rimetterselo per accertarsi che il suo diario sia lì e riprende a camminare a passo svelto.

L’idea di scrivere un diario era nata per puro istinto di sopravvivenza; a cosa si può attaccare un ragazzo di diciannove anni che parte per la guerra sapendo che potrebbe morire?
Lui si era attaccato alle parole, a quell’arte in cui era stato sempre così bravo da meritare gli elogi della maestra e da spingere la madre, donna semplice ma intelligente, a tenerlo in casa il giorno dell’esame di quinta elementare per farlo bocciare.
Sì sì , proprio per farlo bocciare! Si era messa d’accordo con la maestra.
Il destino di Enrico era quello di cominciare a lavorare nei campi a undici anni, come tutti gli altri ragazzi; bocciarlo avrebbe significato farlo studiare ancora per un anno.
La mamma aveva portato un salame intero alla maestra per convincerla a bocciare il suo migliore allievo .
Enrico sorrideva tra sé e sé : non vedeva l’ora di riabbracciare mamma Ersilia.





Natale 1940

Proprio oggi, proprio il giorno di Natale , ho ricevuto la maledetta cartolina e mi devo presentare al distretto – destinazione Venaria Reale, Torino.

Sento una rabbia terribile dentro-io con questa guerra non c'entro niente, non mi appartiene, così come non appartiene alle altre migliaia di ragazzi, sì perchè siamo tutti ragazzi, che in questo momento stiamo partendo o siamo già al fronte.


Non so quanto resterò via di casa , ma la sensazione è che la mia giovinezza stia partendo insieme al treno che mi porta a Torino...



Enrico è arrivato in centro a Varedo: è quasi mezzogiorno e le strade sono vuote: sono tutti a pranzo.
Arriva in fondo a Via Madonnina e davanti a lui vede la grande chiesa parrocchiale. Sul muro che la divide dalla villa Medici c’è qualche manifesto strappato, che viene mosso da un leggero venticello.
Il ragazzo rimane qualche istante ad osservare quelle scritte come ipnotizzato.
Legge e rilegge nella sua mente i titoli dei manifesti e subito se li dimentica e deve tornare a leggerli.
Tutto gli appare irreale, lontano.
E' già tornato qualche volta in licenza a casa, ma era sempre stato tutto provvisorio, qualche giorno e poi via di nuovo al fronte.
Adesso sarà per sempre, adesso la vita ricomincia e qui sembra che la guerra non sia neppure passata.
A ben pensarci sembra tutto un sogno.

Enrico si ferma in piazza della chiesa, si accenda una sigaretta e tergiversa.
Da una parte non vede l'ora di essere a casa, dall'altra ha una grande confusione in testa; cosa lo aspetta? Cosa farà adesso senza i suoi amici? E soprattutto dove va a riprendere quegli anni che non ha vissuto?

Ho saputo che il mio amico Pasquale è a Novara.

Mi manca la sua amicizia, mi mancano le risate anche se qui , a Manduria , ho trovato molti altri amici.

Due in particolare sono particolarmente simpatici: l'Angelo e il Giuseppe, chiamato Taran.

Con loro mi sono fatto già qualche giorno di prigione a causa di una sbornia impressionante.

Qui la vita è dura e quando si può ci si sfoga un po’.

La cosa più memorabile è stata la settimana di licenza del comandante all'inizio di Novembre.

“Via il gatto i topi ballano”-ed in effetti abbiamo trascorso una settimana da cuccagna: baldoria fino alle prime luci dell'alba, grandi cene con gli ufficiali, innaffiate da grandi quantità  di vino, giochi e risate.





(fine prima parte)

racconto di Luciana Figini