Ero in ritardo, terribilmente in ritardo: dovevo prendere assolutamente quel treno, ma mi ero attardata troppo in centro a fare compere e a gironzolare senza meta. Adesso dovevo correre. Ero scesa dal tram e mi ero avviata alla stazione a passi decisi; faceva caldo, anche se era sera inoltrata. Guardai l'orologio: le 19,30 - era tardissimo ! C'era un bel pezzo di strada dalla fermata del tram alla stazione e, mentre mi affrettavo a grandi passi, già pensavo alla strigliata che mi avrebbe dato mia madre nel vedermi rientrare così tardi.
Che strana sensazione: mi pareva che il pezzo di strada fino alla stazione fosse più lungo del solito... Le luci dei negozi e dei bar si andavano spegnendo a poco a poco ( già a quest'ora? ) e centinaia di persone si affrettavano verso casa. Non riuscivo a vederle in viso: chi aveva un cappello che gli copriva la faccia, chi andava troppo in fretta per riuscire ad osservarlo, chi ( ma era un pensiero assurdo ) sembrare voltare deliberatamente la faccia dall'altra parte appena mi incrociava.
In meno di dieci minuti tutto era vuoto e silenzio. Ed io non ero ancora arrivata alla stazione. Ma quando finiva questa strada?
Improvvisamente cominciò a fare freddo, come se fosse arrivato già l'autunno. I sandali mi facevano male ai piedi. Iniziò a piovere, leggermente. In pochi minuti mi ritrovai initirizzita e completamente bagnata da capo a piedi. La fibbia di un sandalo si era rotta e, del resto, non riuscivo più a portarli. Così me li tolsi e li tenni in mano. Cominciai a camminare scalza nell'acqua e nel fango.
Finalmente da lontano vidi le luci della stazione; mi scappò l'occhio sull'orologio del piazzale antistante: le dieci! Pazzesco, non poteva essere! Era da due ore e mezzo ore che camminavo! Ma come era potuto succedere? Mi lasciai andare, esausta, su di una panchina: l'ultimo treno partiva tra un quarto d'ora, potevo riposare un pò.
Notai che nella stazione non c'era anima viva: solo io. Anche le biglietterie erano già chiuse da un pezzo. Neppure un bar dove poter bere qualcosa di caldo, qualcosa che mi rincuorasse...ma che diavolo stava succedendo? Guardai il tabellone degli orari: annunciava il mio treno. Sospirai e mi rialzai faticosamente: almeno quello lo avrei preso sicuramente.
Mentre mi avviavo al binario notai una strana figura che si aggirava nella stazione: un tipo alto, dinoccolato, vestito di rosso, capelli neri, valigetta e viso pallidissimo, quasi bianco. Mi avvicinai per chiedergli conferma del binario, ma improvvisamente il tipo sparì, senza neppure darmi il tempo di rivolgergli la parola. Riapparve dieto di me, sogghignando divertito. mi fissò in viso e scomparve di nuovo.
Ero confusa ed incapace di reagire: avevo la netta sensazione di conoscerlo... Riapparve vicino al chiosco dei giornali e mi fece un cenno perchè lo seguissi. Non so perchè lo feci, ma gli andai dietro. Il tipo continuava a sghignazzare e prendersi gioco di me, sparendo e riapparendo continuamente. Era chiaro che, alla sua maniera, mi stava accompagnando al treno.
La stazione era umida e sporca ed un vento freddo soffiava tra i treni in attesa. Ero sconcertata eppure stranamente attratta da quel tipo bislacco.
Non feci in tempo a continuare nelle mie meditazioni: un urlo spaventoso, proveniente dall'ingresso della stazione, mi gelò. Mi affrettai verso il treno, correndo. L'urlo si ripetè, molto vicino. Qualunque cosa fosse sentivo che stava inseguendo proprio me. Inciampai in qualcosa, mi rialzai facendo cadere parte dei pacchetti che avevo con me.
Dovevo correre.
Raggiunsi finalmente il treno: il tipo bislacco era sparito e l'urlo era cessato. Ero sporca, stracciata e piangente di paura... Mi rincuorai un pò vedendo che il treno era pieno: qualcuno mi avrebbe aiutato. ( Ma come mai la stazione era vuota ed il treno era pieno? ) Osservai i passeggeri affacciati ad un finestrino...e all'improvviso capii...
Erano immobili, come immobili erano tutte le altre persone sedute nei vari vagoni. Tutti bianchi in viso, apparentemente sereni...sereni nella loro quiete eterna! Mi sembrava di impazzire: urlai, urlai come una pazza. Dov'ero? Chi ero? Cosa mi era successo?
La risposta alle mie domande venne quasi subito, quando, voltandomi di nuovo verso un finestrino MI VIDI, affacciata, immobile, con una sigaretta in mano e lo sguardo fisso nel vuoto...
- Luciana Figini - ( scritto probabilmente verso la metà degli anni 70 )
Come spesso mi succede quando voglio rilassarmi, un giorno vado a scartabellare tra le tante cose che ho scritto in passato: trovo una riflessione, una pagina di diario che riguarda una misteriosa colonna che si trova a pochi passi dalla mia casa, una colonna che ho sempre pensato fosse collegata alla peste di Manzoniana memoria.
E' una paginetta che ho scritto circa nove anni fa, dopo il trasferimento da Bovisio Masciago a Varedo e la costruzione del nostro appartamento sopra quello di mia madre e di mia sorella.
Dopo diciotto anni in una palazzina a Masciago ero tornata nel mio paese natale, vicino ai miei parenti.
Una sera guardavo fuori dal mio balcone e l'ho vista: la colonna misteriosa di Via Madonnina, attorno alla quale giocavamo da bambini.
E' da qui che voglio cominciare:
Colonna in fondo a Via Madonnina - Varedo
LA COLONNA MISTERIOSA
Lei è sempre lì.
In questa tiepida sera di aprile la
osservo dal mio balcone ; c’è un alberello di pino che la copre in
parte, ma la croce si vede benissimo.
Ed allora penso che sono contenta di
essere tornata alla mia casa natale e di potermi guardare la colonna
ogni volta che ne ho voglia.
Perché quando, come oggi, mi sento
travolta dagli impegni e dagli eventi, per me lei è come un faro, un
faro senza luce che mi illumina la vita.
Sembra guardarmi e dirmi : “ Dai,
coraggio, se io sono sopravvissuta tutti questi secoli che importanza
vuoi che abbiano le tue preoccupazioni?”
La colonna sulla via Madonnina è
ormai chiusa tra i cancelli attigui di due case; la vecchia casa del
benzinaio a destra ed una palazzina anni ’70 a due piani sulla
sinistra.
Il benzinaio non so più che fine ha
fatto.
Suo figlio maggiore lo conoscevo.
A metà settembre del 1974 ci
eravamo incontrati su un treno che veniva da Trento; io tornavo da
uno dei miei vagabondaggi estivi, lui non so da dove.
Arrivati alla stazione Centrale mi
aveva aiutato a tirare giù dal treno la valigia , che pesava solo
Dio sa quanto e intanto mi raccontava come fosse scampato dal
disastro dell’Italicus.
A quei tempi ogni tot saltava per
aria un treno .
Lui si era salvato.
Per finire al Creatore dopo neanche
un mese in un incidente automobilistico.
Ok, ma la colonna non c’entra ;
quella non ha mai portato sfortuna.
Comunque quelli erano tempi bui,
dovremmo ricordarcene più spesso…
Oggi chi passa non la nota , eppure
per anni che sembravano infiniti la colonna è stata in mezzo ad un
campo, visibilissima da ogni lato.
Case allora ce n’erano poche e noi
bambini avevamo a disposizione infiniti campi e campetti dove
giocare.
Intorno alla colonna ci giocavamo a
calcio, ed io riuscivo sempre ad infilarmi in mezzo ai maschi e fare
da portiere.
Davanti c’erano degli iris (che
noi chiamavamo “spadoni”) che la decoravano e davano un senso di
rispetto verso i morti di peste del Seicento.
Non so chi avesse piantato quei
bulbi , ma ricordo la sensazione di riverenza e rispetto che provavo
quando, nelle sere di maggio, ammiravo quei fiori vicino alla
colonna.
Oggi non c’è più nessun fiore.
La colonna però è ancora lì, a
dispetto della nostra fretta e della nostra distrazione , a
ricordarci un passato di Manzoniana memoria e la sua croce è ancora
intatta , nonostante la pioggia,la neve , il vento, il freddo e la
canicola di più di 400 anni.
Io sto invecchiando insieme alla
colonna ,che è per me simbolo di ciò che non esiste più, ma anche
della forza vitale, della resistenza alle intemperie umane che fa
parte della vita .
Abbiamo molto da imparare da lei,
anche se ormai oggi si fa fatica a distinguerla.
Lei ci insegna a resistere e andare
avanti.
Secondo me sarebbe contenta se
qualcuno le mettesse una piccola targa davanti, con un paio di
informazioni per il passante distratto...
- Luciana Figini ( 2006 )
Particolare della base della Colonna
Dopo avere riletto questo mio scritto sono più incuriosita che mai e allora comincio a cercare informazioni in rete.
Dopo molto cercare finalmente trovo qualcosa ( molto poco, per la verità ) su di un sito chiamato Alternativaverdeperdesio.
Queste le scarne informazioni trovate su questo sito:
Quasi al
termine di via Madonnina ( Varedo- MB ) sorge una croce
sostenuta da
una colonna. Eretta nel 1647, come palesa la data incisa
sul retro
della base, era stata innalzata a memoria di un'antica
chiesa
fondata dai longobardi e da loro dedicata a San Michele,
un Santo
congeniale a quel popolo bellicoso, in quanto ritenuto un
santo
guerriero, tanto da proclamarlo loro protettore.
L'importanza
di questa colonna è anche nella sua base, poiché
si tratta di un'antica pietra rettangolare certamente riutilizzata,
sulla
cui facciata vi sono scolpite in bassorilievo delle figure
geometriche di carattere simbolico...
A questo punto capisco che la colonna è di molto antecedente al periodo della
peste e quindi vorrei trovare altre informazioni ; mi reco alla biblioteca
di Varedo...
In questi giorni di festa a volte mi capita di pensare ad alcuni momenti della mia infanzia.
Tra i più belli ricordo le feste passate insieme agli zii e alla nonna di Desio.
Nonna Rosa ( o Rosina, come veniva chiamata ) viveva con la famiglia di uno dei suoi figli in una piccola casetta di legno in mezzo ai campi a Desio.
Sto parlando degli anni '60, quando effettivamente nei nostri paesi i campi erano tanti e, agli occhi di un bambino, immensi.
La mia nonna era una persona un pò strana, taciturna, sempre vestita di nero e con un perenne mal di testa.
Ma io le volevo bene lo stesso, così come volevo bene ai miei zii ed ai miei cugini.
Quando arrivavano le feste spesso la mia famiglia si " trasferiva " per un giorno a Desio ed allora era bellissimo passare il Natale o il Capodanno insieme, tra risotti, tombole e le batture di mio zio Arturo, sempre pronto a raccontare storie divertenti che forse erano vere o forse solo frutto della sua immaginazione.
D'estate a volte ci passavo delle settimane intere in quella casetta a Desio e per me era una bellissima vacanza.
Tanti anni fa, pensando a quel periodo della mia infanzia, ho scritto un raccontino: i nomi magari sono diversi, le vicende non sono proprio tutte vere, ma lo spirito di quel tempo è tutto racchiuso qui, in queste parole.
Buona lettura...e Buon anno Nuovo!
Alice non riesce a dormire stanotte: il
campanile ha già battuto l’una di notte, ma lei si gira e si
rigira nel lettone dove dorme insieme alla cugina.
E’ stata un’altra giornata di
giochi e scoperte lì, nella casetta di nonna Rosa e forse la
grande eccitazione le impedisce di dormire.
Guarda verso la cugina, che dorme
profondamente , quasi sperando che si svegli e le faccia compagnia.
Poi tende l’orecchio per ascoltare i
suoni della casa: nella stanza accanto dormono gli zii: si sentono i
loro respiri profondi.
Tutto intorno è silenzio; si sente
solo il suono della vecchia pendola ed il russare della nonna , che
dorme su di un lettino vicino al loro..
Alice si guarda intorno: illuminata
parzialmente dalla luce della luna che traspare tra le finestre è la
scala di legno, che collega la cucina alle stanze da letto di sopra.
Quando era più piccola la nonna le
raccontava storie incredibili su quella scala: Alice sorride pensando
alla storia del diavolo che sale con le catene ed in mezzo alle
fiamme se i bambini non dormono.
Allora però ci credeva a quelle
storie! E che paura le facevano!
Alice si alza e si avvicina lentamente
alla finestra: fa caldo ed è stata lasciata aperta.
Tutto intorno l’immensità scura
della campagna…
“Sembra un gigante nero che dorme”-
pensa Alice e poi tende l’orecchio.
Migliaia di grilli vocianti cullano il
grande gigante e tutti quelli che dormono.
Alice sente una grande emozione dentro,
una di quelle emozioni che ti fanno venire la pelle d’oca.
Non sa darle un nome; spesso prova
questa emozione, quando si ritrova sola di fronte alla natura.
Ricorda l’ultimo temporale a cui ha
assistito a casa, dalla finestra della sua stanza: la stradina
sterrata di fronte a casa trasformata in un torrente di acqua e
fango, gli alberi impazziti di vento e pioggia, le rondini che volano
basse, gli ululati dei cani.
La nonna si gira e sembra si stia
svegliando: Alice torna a letto, per paura che la veda alzata (si
arrabbierebbe moltissimo).
Finalmente riesce ad addormentarsi per
qualche ora, poi si sveglia di nuovo.
Fuori dalla finestra i colori
cominciano ad apparire: Alice si alza di nuovo alla chetichella e
rimane estasiata dai colori dell’alba: gli alberi dormono ancora e
tra i loro rami tripudi di oro, azzurro e rosa.
Gli uccelli, quasi a richiamarsi l’uno
con l’altro, intonano il loro concerto mattutino.
“Che notte strana!”-pensa Alice,
che , solitamente, dorme come un ghiro dalla sera alla mattina.
Poi , tornando a letto, ha una
sensazione particolare , come se questa notte dovesse essere in
qualche modo ricordata.
“Devo ricordarmi queste cose…”-
pensa tra sé e sé mentre scivola di nuovo nel sonno.
Al mattino Alice rimane a letto fino a
tardi e , quando si sveglia, tutti hanno già fatto colazione da un
bel pezzo e sono giù in cucina a chiacchierare.
Lo zio Arturo è a casa in ferie dalla
fabbrica, lei e la cugina Mariella sono in vacanza , la zia
Giuseppina e la nonna sembra non abbiano molto da fare e così sono
tutti riuniti in cucina, tranne il cugino Flavio.
Alice scende gli scalini di legno, che
scricchiolano al suo passaggio ed entra in cucina.
“Buongiorno signorina!”- le dice la
zia- “ma a casa tua dormi sempre così tanto?”
Tutti la prendono in giro, ma Alice non
se ne cura; la fama di dormigliona ormai ce l’ha da anni e non le
dà fastidio.
Vorrebbe raccontare quello che ha visto
e sentito stanotte, ma sa che la prenderebbero un po’ per pazza e
così si siede per fare colazione.
Ogni anno trascorre un po’ di giorni
in questa casetta di campagna a Desio, è una specie di
villeggiatura, anche se lei abita in un paese vicinissimo .
Ad Alice piace moltissimo stare qui e,
appena arrivano le vacanze estive, non fa che supplicare la madre
perché la mandi subito dalla nonna.
La “Casetta dei Cachi”, come lei
l’ha ribattezzata per l’enorme albero di cachi nel giardino, è
circondata da un bel pezzo di terra e da decine di alberi da frutta.
C’è un campo di granoturco davanti ,
un bell’orto, una conigliaia ed un pollaio.
Una bella tazza di caffelatte fumante
sta già aspettando Alice , che inizia subito a intingerci i
biscotti.
Si guarda intorno, osserva gli altri
mentre chiacchierano.
La nonna Rosa è bassa, curva e molto
vecchia: porta un paio di occhiali spessissimi ed i capelli raccolti
in piccole trecce che si arrotolano sulla testa.
E’ sempre vestita di nero e se ne sta
sempre un po’ appartata, quasi assente.
Anche adesso parla a malapena e vaga un
po’ con lo sguardo nel vuoto.
Alice e Mariella, la cugina, la fanno
spesso arrabbiare.
La nonna odia la musica moderna e le
due cugine fanno apposta a cantare a voce alta le ultime canzoni di
Gianni Morandi e Caterina Caselli.
Lei si arrabbia, ma è uno dei pochi
momenti in cui sembra svegliarsi dal suo letargo.
Per il resto passa la maggior parte
della giornata su in stanza , con la scusa di un mal di testa o della
stanchezza.
Oggi è giorno di mercato: Alice e
Mariella si preparano ad andarci.
Mariella ci mette una vita a
prepararsi: è più grande di Alice di tre anni e sta cominciando a
fare la smorfiosa.
Passa la vita davanti alllo specchio, a
pettinarsi e vestirsi.
La madre non le permette di truccarsi,
ma lei lo fa lo stesso, alla domenica, di nascosto.
Le due cugine sono finalmente pronte :
Alice si mette sul sellino dietro della grossa bici di Mariella e da
lì si sente davvero a suo agio: si guarda in giro, canticchia e
ripensa all’ultima fiaba letta la settimana prima: quella delle Tre
Melarance.
Nelle sue favole preferite le ragazze sono sempre
bellissime principesse corteggiate da principi ricchi ed eleganti, che vanno in carrozza e non in bicicletta, però ci vuole poco ad immaginarsela una carrozza e così Alice si lascia trascinare dalla sua fantasia mentre Mariella pedala verso il mercato.
Oggi è domenica e la famiglia di Alice
è venuta a trovare lei ed i parenti a Desio.
La zia, come al solito, ha preparato il
risotto giallo, il bollito e le verdure, ma per i ragazzi ha cotto
alcune bistecche impanate e ha fatto le patatine fritte.
Tutti sono allegri e ciarlieri a
pranzo, tranne la nonna Rosa che, come al solito, se ne sta in un
angolo a rimuginare solitaria.
Solo di tanto in tanto, quando lo zio
Arturo racconta qualche cosa di divertente, alza lo sguardo ed
abbozza un sorriso.
Poi lo riabbassa e continua a mangiare
nel suo silenzio.
Il padre di Alice beve
un po’ di più e la mamma si arrabbia, ma interviene lo zio a
calmare le acque raccontando l’ultimo scherzo fatto ai suoi
colleghi di lavoro.
Il tavolo è un po’ vecchiotto, la
cucina è piccola, ma sembra che si sia dilatata.
Alice osserva la vecchia credenza
vicino a lei: le antine sono di vetro intarsiato con decorazioni di
fiori e sul ripiano c’è tutta una serie di oggetti incredibili.
Quello che Alice preferisce è un
orologio di rame con attorno dei motivi di fiori e con dei putti
tutti intorno. Vi sono poi dei portacenere dipinti a mano e qualche
statuetta di santi.
Alice riguarda gli oggetti e guarda i
suoi parenti: sente una dolcezza infinita dentro di sé, è la
bambina più felice di questa terra.
Tutti parlano e ridono, mentre generose
porzioni di cibo vengono servite.
Finito il pranzo si comincia a
rigovernare, direttamente sul tavolo.
Non c’è l’acqua calda e così si
scalda l’acqua sul fuoco e poi la zia la versa in un mastellino sul
tavolo, così, mentre lava i piatti, può continuare a chiacchierare.
Per Alice è come essere in un sogno:
l’atmosfera è raccolta e morbida e i visi di quelli che parlano
sono piacevoli da guardare.
I suoni e le parole sono carezzevoli:
più la stanchezza pomeridiana li affievolisce, più l’atmosfera di
pace che regna nella cucina aumenta.
Ad un certo punto le parole diventano
come una musica e Alice non ne comprende più il senso, ma ne sente
il suono, come il gorgogliare leggero di un ruscello, che a tratti si
vivacizza quando incontra delle pendenze da affrontare.
In questa casa di legno, senza
riscaldamento, bagno e televisione, tutti sono riuniti a celebrare un
rito, l’antico rito dell’appartenenza, dell’amore e della
condivisione.
Oggi avresti compiuto 93 anni.
Sei mancato nell'agosto del 2004 e quindi sono ormai più di dieci anni.
La cosa più strana è che più passa il tempo e più sento la tua mancanza.
Non abbiamo mai avuto un rapporto idilliaco noi due: spesso abbiamo litigato, spesso non ci siamo capiti, ma sono contenta di due cose: non abbiamo mai perso il rispetto e l'affetto l'uno verso l'altra e, negli ultimi anni della tua vita, ci siamo ritrovati e ci siamo davvero voluti bene...
Buon compleanno papà, dovunque tu sia...
Per chi vuole leggere, o rileggere, il racconto che ho scritto basandomi sul diario di guerra di mio padre:
Questo è un episodio che mi è capitato a scuola tanti anni fa.
Ha dell'incredibile ma vi
giuro che è accaduto davvero.
Ovviamente non farò i nomi veri.
Ho
un colloquio con la mamma di Paolo B., un ragazzino
sveglio e molto bravo di prima Ragioneria.
Arrivo
un po' in ritardo in aula colloqui perchè il preside mi ferma per
delle questioni ; la bidella però mi avverte che anche la madre di
Paolo è in ritardo, quindi faccio con calma.
Arrivo
in aula colloqui e vedo una mamma che mi aspetta.
“ E'
la madre di Paolo B.?” - chiedo
“ Sì,
sono io, mi scusi per il ritardo ma c'era un po' di traffico.”
“ Nessun
problema signora, anch'io sono un po' in ritardo.”
“ Sì,
la bidella me l'ha detto, ma pensavo sarebbe arrivata ancora più in
ritardo; mi hanno detto che ha avuto un grosso problema in classe.”
Non
capisco di cosa stia parlando, ma forse la signora si sta solo
confondendo o forse la bidella parlava di un' altra collega, capita.
Inizio
a tessere le lodi di Paolo e a sottolineare il ruolo positivo che ha
in classe.
Poi
apro il registro e faccio vedere i voti, sempre molto alti.
Ad
un certo punto devo fermarmi perchè la signora comincia a piangere.
“ Sono
così felice, professoressa, non me l'aspettavo, non credevo
proprio che fosse migliorato così tanto; sa, dopo la bocciatura
eravamo tutti scombussolati in casa...”
“Ma
quale bocciatura?”-chiedo sorpresa – “ Paolo fa la prima; è
stato forse bocciato alle medie? Mi stupirebbe molto, visto che è
così bravo.”
La
signora mi guarda in modo interrogativo.
“ Non
capisco: Paolo fa la quarta!”
Adesso
sono io a non capire più niente; ma di chi stiamo parlando?
Nel
frattempo arriva un'altra signora, la vera mamma del mio alunno: è trafelata per il ritardo e si scusa . Arriva anche una mia collega di inglese, che ha avuto, lei sì,
qualche problema in classe.
“ Perchè
stai parlando con la madre del mio studente?”- mi chiede sorpresa
- “ Vi conoscete ?”
Io
e la signora ci guardiamo in faccia e non sappiamo più cosa dire.
Cos'era
successo? C'erano due
Paolo
B. , giuro, stesso nome e stesso cognome ma nessun tipo di parentela
o conoscenza: uno bravissimo, uno un po' scarso.
Entrambe
le madri erano venute a parlare con l'insegnante di inglese, di cui
non ricordavano il cognome.
Tutte
noi, madri e insegnanti, per motivi diversi, eravamo in ritardo e la mia collega di inglese
era molto in ritardo a causa di un grosso problema in classe...
Che dire, è
stato proprio un episodio ai confini della realtà...
Quando ripenso a certe periodi che ho attraversato durante la mia vita quasi non mi sembrano più veri. Senza accorgertene anni passano, mode cambiano, modi di vivere e di pensare mutano e tu ti ritrovi con un bel fardello di anni sul groppone e con la sensazione che certi ricordi, certe atmosfere abbiano ormai la consistenza dei sogni. Ma come ?- ti domandi - sembrava ieri ed è già passato, anzi trapassato. Ne parlavi ridendo agli amici giusto l'altro ieri e adesso se ne parli a qualcuno che è fuori dalla stretta cerchia degli amici che ti sono rimasti ti guardano increduli, convinti che tu gli stia raccontando una solenne panzana. Raccontare oggi di certe atmosfere degli anni settanta o ottanta è davvero complicato. Vi ricordate dei punk? Vi ricordate delle comuni? Vi ricordate i sogni, gli ideali, ma anche le assurdità di quegli anni? Allora sembrava facile cambiare il mondo, ma atrettanto facile era credere in cose improponibili. Eccovi un piccolo pezzo di vita vissuta: Berlino, inizi anni 80: un piccolo pezzetto di bellezza e di assurdità direttamente da quegli anni...
Berlino, 2 Febbraio 1980
La nostra amica Irmi ci ha
invitato per un tè pomeridiano nella comune dove vive, nel quartiere
di Kreuzberg..
Qui un gruppo di ragazze,
alcune con figli, vivono insieme e condividono tutto.
C’è chi si occupa della
casa, chi del lavaggio e della manutenzione dei vestiti (che sono di
tutte).
Chi va a lavorare
nell’asilo autogestito direttamente dalle ragazze della comune, chi rimane a casa a curare i bambini.
Al piano superiore c’è
un'altra comune, questa volta di soli ragazzi, anche loro
organizzatissimi, alla tedesca insomma.
Durante il giorno c’è
un vai e vieni continuo di gente.
In mezzo alla sala c’è
un grande tavolo rotondo , sempre pieno di teiere, di caffettiere, di
dolci, biscotti e bevande.
I due appartamenti, come
racconta un punk alto due metri e munito di enorme cresta multicolore e
di spilla da balia nel labbro, sono stati occupati abusivamente.
Qui a Berlino la polizia
lascia fare: qui e là c’è qualche scontro ma c’è come un
tacito accordo ed è così che centinaia di ragazzi sono arrivati qui
e si sono sistemati nei palazzi fatiscenti del vecchio quartiere di Kreuzberg.
Inge, una bella ragazza
con un pancione enorme, mi dice che lo fanno per far passare Berlino
Ovest come il paese della Cuccagna. Qui la vita notturna non finisce
mai, i ragazzi che vi risiedono non fanno il militare ed ogni forma
di convivenza è tollerata.
Ci racconta che c’è un gruppo di
persone che, poco lontano, da qui, ha deciso di vivere in una casa
con le pareti di vetro, così chiunque passa può vedere cosa succede
dentro.
Mi racconta anche che a
giorni partorirà: le chiedo in quale ospedale.
Lei e Irmi sorridono.
“Qui nessuna di noi
partorisce in ospedale; facciamo tutto a casa, è più naturale, è
più umano”- mi spiega
“E se succede qualcosa?
Se qualcosa va storto?” chiedo io
“Ci sarà un’ambulanza
sotto casa ad aspettare; se dovesse esserci qualche complicazione in
cinque minuti siamo in ospedale” mi dice.
Sono proprio tedeschi:
parto naturale ma nessun rischio, è una cosa ragionevole.
Inge mi spiega che tutte
parteciperanno al parto e che tutto verrà fotografato da una delle
compagne.
Stupidamente le chiedo
chi è il padre.
Ridono tutte e due di
gusto. “Ich weiss es nicht!” “Non lo so “, dice Inge
continuando a ridere.
Ben mi sta: che domanda cretina da fare in un posto dove
il bagno non ha la porta e dove una tipa nuda sta suonando il sassofono in
fondo al soggiorno!
Il giorno dopo siamo di
nuovo da Irmi: è contenta di vederci, ci chiede cosa abbiamo visto
di Berlino, come ci troviamo alla pensione, cosa ne pensiamo del
Muro.
E’ impressionante vedere
Berlino Est dalla Porta di Brandeburgo di sera: di qua un rumore
continuo, la colonna sonora della Berlino Paese della Cuccagna.
Di là silenzio assoluto,
interrotto qua e là da qualche rumore di auto o di rari passanti.
Irmi ci invita a sederci
al solito tavolo rotondo e ci offre dei nuovi biscotti.
Ci spiega che all’interno
contengono una piccola percentuale di pasta di hashish o, qualcosa
del genere.
Sorrido e prendo i
biscotti di un altro vassoio.
Mentre stiamo allegramente
parlando e facendo merenda lo sguardo cade su alcune fotografie
appese alla parete.
All’inizio non capisco,
poi rimango sbalordita, con il boccone che non va né su né giù.
Attaccate su tutta la
parete le foto del parto di Inge.
La scena è vista sotto
ogni tipo di angolazione possibile.
Irmi vede la nostra
sospresa e ci spiega che Inge ha partorito la notte stessa.
Il parto era previsto per
qualche giorno più avanti, ma il bambino ha voluto nascere prima.
Tutto è andato bene e non
hanno neppure avuto bisogno dell'ambulanza.
Anche questa cosa, come
tutte le altre nella comune, è stata fatta insieme.
Irmi è incantata mentre
racconta tutti i dettagli del parto e ci invita a guardare
attentamente le foto, ma io mi sento un po’ male e con una scusa vado verso il bagno...ah , già, dimenticavo che il bagno non ha la porta...
Luciana Figini
P.S. Non capisco perchè mi sia venuta fuori questa spaziatura assurda, ma non riesco in nessun modo a cambiarla. Ancora una volta mi sento sconfitta dalla tecnologia...
L'estate si avvicina e con lei i ricordi di una lontanissima infanzia.
Quando ero piccola le sere d'estate si riempivano delle grida dei bambini che giocavano sui marciapiedi ed in mezzo ai campi.
Questo è un racconto scritto tanti anni fa ricordando quei tempi lontani.
E' vero, è un pò lungo, ma cercherò, come al solito di inframmezzarlo con musica e illustrazioni .
Buona lettura!
Dalla finestra si sentono le voci degli
altri bambini che chiamano: Anna, Pierino, Giuliana, Lorenza e
Donato sono già nel cortile e chiamano Pietro a gran voce.
E’ una caldissima sera di luglio e,
come al solito, la banda dei bambini che abitano in via Madonnina si
sta raccogliendo per un’altra stupenda serata di gioco, risate e
litigi.
Pietro sta finendo di mangiare:
vorrebbe affrettarsi per raggiunger i compagni il più presto
possibile, ma la cotoletta che sta divorando è troppo gustosa per
lasciarla nel piatto a metà.
Forza, ancora un boccone e poi via.
Pietro fa per precipitarsi verso le scale ma poi si ferma ancora un
momento: e il dessert?
Cercando di non farsi vedere dai
genitori, che sono in sala a guardare il telegiornale, torna qualche
passo indietro verso la cucina.
Ecco, un bel panino con la Nutella è
quello che ci vuole, ma bisogna fare alla svelta, perché se no la
mamma lo sgrida (“Sei troppo grasso, Pietro, non devi mangiare più
dolci e gelati!”) ed i compagni si arrabbiano (“Dai
Pietrone!”-gridano-“ti vuoi decidere o no?”).
Alla velocità della luce il bimbo è
riuscito a prepararsi il panino agognato ed ora corre per le scale
tenendosi con una mano alla balaustra; l’altra mano è impegnata
a tenere stretto il panino prelibato che sta consumando con grande
soddisfazione.
Ridono gli amici quando lo vedono: ha
un grosso baffo di Nutella sopra le labbra , la bocca rigonfia di
panino e briciole ovunque sulla maglietta.
Davanti alla casa di Pietro c’è un
enorme campo di grano già mietuto: i contadini hanno lasciato covoni
di paglia ovunque.
Alla fine di questo campo, in direzione
di Palazzolo , ce ne sono ancora a perdita d’occhio.
Questi campi sono la palestra dei
ragazzi , la loro casa, il loro campo di calcio, la loro libertà.
Sul lato della casa di Pietro c’è
ancora quella strana scritta gigantesca che hanno fatto gli anarchici
(così gli ha spiegato il papà, anche se non è riuscito bene a
spiegargli chi siano questi anarchici):
VALPREDA INNOCENTE
La cosa più strana è che non si
capisce bene come abbiano fatto a scrivere queste parole così in
alto.
L’altro giorno Pietro ha voluto
imitare gli anarchici ed ha scritto sullo stesso muro, ovviamente
molto più in basso, utilizzando dell’erba fresca legata stretta.
Il risultato è stato un sonoro ceffone
da parte del padre e l’impegno di cancellare tutto con acqua e
sapone.
Pietro non capisce perché non
cancellino anche l’altra scritta: è forse più bella della sua?
Il mondo dei grandi è a volte
incomprensibile.
Si comincia a giocare, finalmente: il
primo gioco è il salto ad ostacoli nel campo.
Vince chi arriva prima alla fine del
campo saltando i covoni di grano.
Giuliana è la più veloce, insieme a
Pierino, chiamato così perché estremamente magro, a differenza del
grasso Pietrone.
I due corrono a perdifiato verso la
fine del campo.
Giuliana ha già tredici anni ed è la
più grande del gruppo, è molto veloce e molto orgogliosa di farlo
vedere, soprattutto a Pierino, per il quale ha un certo debole.
Certo il Pierino ogni tanto fa delle
cose molto schifose, tipo mettersi in bocca i lombrichi, ma ha degli
occhi e dei capelli scurissimi, che attirano Giuliana.
Giuliana ha il corpo scattante, lunghi
capelli scuri ed occhi azzurrissimi e corre come una gazzella.
Come previsto i due arrivano alla pari
in fondo al campo: tutti gli altri , ormai sono più di una decina,
li raggiungono ansanti.
Pietro si è fermato molto prima ed ora
si riposa sopra un covone.
Sa di essere il più imbranato ma
prende tutto con filosofia e non si arrabbia.
Adesso sta arrivando anche il Fabio.
Abita in una villetta dall’altro lato
della strada e suo padre ha una importante azienda.
Indossa sempre vestiti puliti ( dicono
che la mamma lo obblighi a farsi il bagno tutti i giorni ), ma alla
fine della serata è sporco e sudato come tutti gli altri.
Ora c’è un momento di pausa: è
l’ora del gioco dei verbi e delle belle statuine.
Tutti si siedono sui gradini davanti
alla bottega dello zio Silvio e si comincia.
Roberta comincia:“ R….are” ed
imita una persona che ricama.
Il verbo viene prontamente indovinato.
Segue il Donato che, imitando un discobolo greco , propone
“L…..are”- lanciare.
Poi intervengono Pierino e Pietrone e
si comincia a farsela addosso dal ridere.
Pierino propone “C…..are” ed
imita una persona sul water e Pietrone dice : “P……..are” e
fa finta di aprirsi i pantaloni davanti .
Qualcuno protesta, volano sassi verso i
due ma poi tutti scoppiano in risate irrefrenabili.
La Lorenza, dal gran ridere, cade dal
gradino e manca poco che non se la faccia addosso.
Poi arrivano le belle statuine: ognuno
sceglie una movenza o un’espressione e si immobilizza , proprio
come una statua .
Le statue più cretine sono ovviamente
quelle di Pierino e Pietro , che si sono immobilizzati con la lingua
fuori l’uno verso l’altro.
Adesso si parte col nascondino, il
gioco più amato in assoluto.
Davanti alla casa di Pietro c’è un
capannone in costruzione, pieno di anfratti e posti bui: l’ideale
per nascondersi.
“Amblimbero chebichebò, prendi
amorettina te la voglio dare , a star sotto tocca proprio a te…”
Dopo la conta è la Tina , la più
piccola di tutte, a star sotto e a contare con la faccia contro il
muro, mentre tutti gli altri si nascondono.
Pietro cerca un posto originale, per
non farsi trovare subito come al solito.
In mezzo al cortile c’è una ruspa
con il cucchiaio alzato.
Pietro si ci pensa su un sacco per
cercare di capire come ci può arrivare, finchè vede una scala.
L’appoggia di gran fretta alla ruspa
(“Presto! Gli altri si sono già tutti nascosti!) e ci si
arrampica, non senza difficoltà.
Appena arriva in cima fa uno scarto con
il piede ed inavvertitamente fa cadere la scala : “E adesso come
scenderò?”- pensa.
La situazione è certamente delle più
complicate: se non lo aiutano non riuscirà a scendere , ma d’altra
parte Pietro pensa anche che sarà davvero difficile per gli altri
trovarlo.
Il bimbo è pieno di dubbi: se invoca
aiuto tutti rideranno di loro, se se ne sta lì sopra avrà una
grande possibilità: vincere per la prima volta a nascondino.
A come scendere penserà dopo.
Pietro si accomoda alla belle e meglio
(“Non è nemmeno tanto scomodo”-pensa) e aspetta che la ricerca
cominci.
Ad uno ad uno i compagni vengono
scovati dalla piccola ma furbissima Tina, che se la ride di tutti .
Il suo riso sembra riempire l’aria e
per la prima volta Pietro lo trova davvero delizioso.
Non se n’era accorto mai prima d’ora:
i rumori qui sopra arrivano diversi, più chiari, più acuti.
Se la ride il Pietro, ad osservare gli
amici che, ad uno ad uno , vengono scovati dalla bimbetta.
Ad un certo punto sente uno scroscio di
risa: è la Tina che ha beccato il Pierino mentre pisciava in un
angolo del capannone in costruzione, pensando di essere ben nascosto.
Ride anche Pietro, al pensiero delle
cretinerie che l’amico Pierino combina quotidianamente.
Mentre ride il suo sguardo si volge
verso il cielo, ed è un’illuminazione: le stelle, a milioni,
occhieggiano sopra di lui nel cielo terso, quasi brillante di
luglio.
Si sdraia e comincia a guardarle
affascinato.
Sembrano pulsare come lucciole spaziali
e, se le osservi bene, ti sembrano quasi cadere addosso.
Pietro apre e chiude gli occhi più
volte , ed ogni volta la Via Lattea sembra apparire più lucente e
vicina...un tappeto di stelle…
Pietro guarda le stelle e, senza accorgersene, scivola lentamente in un sonno profondo;
non sente le voci degli amici che lo cercano e neppure quelle dei
genitori disperati .
Si gode un sonno profondo, popolato da
sogni di corse, risate e panini alla Nutella.
In uno di questi sogni sta correndo
velocissimo in un campo : si guarda dietro a sé e vede trionfante
Pierino e Giuliana che non riescono a stargli dietro .
Sorride nel sogno, ma si sveglia di
soprassalto con un dolore fortissimo alla guancia.
Il padre, vedendo la scala per terra,
ha pensato che potesse essersi nascosto nella ruspa e l’ha
raggiunto: ora si sfoga contro di lui urlando come un matto e
mollandogli un sonoro ceffone.
Pietro cerca di protestare, ma il
padre non si calma e urla a più non posso.
Adesso scendono tutti e due dalla ruspa
e Pietro si trova in mezzo ad un gruppo di mamme e papà che lo
redarguiscono in malo modo, anche se qualcuno non riesce a trattenere
il riso.
Gli amici stanno ridendo a crepapelle e
Pietro dapprima si vergogna , ma poi si accorge che non lo stanno
prendendo in giro: ridono dell’accaduto ma si legge nei loro visi
una sorta di ammirazione.
Pierino è tutto mossette e risatine:
gli fa le boccacce, lo canzona, ma poi gli fa un segno con il dito
e gli dice: “Sei troppo forte, ciccione!”
Pietro gli risponde per le rime “Taci
tu, stecchino , nessuno mi ha trovato!”
Il padre continua a urlargli dietro
tenendolo per un braccio, ma Paolo vede solo i suoi amici ed il
tappeto di stelle sopra di sé…
Passeggiare per i sentieri della
Foresta Nera d’inverno, dopo una copiosa nevicata, è come essere
sospesi tra due mondi.
Da lontano arrivano le voci ed i
rumori gentili di Beiersbronn.
Poi, man mano che si prosegue, tutto
si affievolisce e si entra nel mondo della sospensione e del
meraviglioso.
Basta avere dei buoni stivali da
neve, una giacca impermeabile e tanta voglia di camminare ed ecco, si
è pronti per l’avventura.
Quella mattina sapevo già che
l’avrei trovata. Mi aspettava nel folto della pineta, sotto il pino
più alto, quello sommerso dalle ultime nevicate.
Non me l’aveva detto né fatto
sapere in alcun modo, ma, appena sveglia, avevo subito saputo che
aveva bisogno di me.
Il vento e la neve portano sempre
con sé dei messaggi.
Si trasmettono attraverso l’aria
gelida e pura delle giornate invernali.
Dapprima non si sente nulla.
Poi, piano piano, arrivano come
degli sbuffi, dei sospiri leggerissimi..
Sono dei sospiri diversi da quelli
che ci arrivano dalle anime dei defunti: sono gentili e tiepidi, ma
insistenti.
Quando i nostri cari ci vogliono
parlare lo fanno in punta di piedi: loro ci amano e vogliono solo
farcelo saper, in modo discreto.
Se non vogliamo sentire non se la
prendono. Sanno che noi spesso abbiamo paura, così non insistono e
magari, la notte dopo, ci appaiono in un sogno e ci fanno compagnia.
Invece le creature del bosco sono un
po’ prepotenti ; ti chiamano dolcemente, ma se non rispondi si
arrabbiano.
“Il Piccolo Popolo” : così
viene chiamato in tanti libri di fantasy .
Io so soltanto che ha popolato le
mie notti e le mie fantasie da quando mi posso ricordare, da quando,
da bambina , mi perdevo nelle storie della Fata dei Ghiacci e dei
Suonatori di Brema al punto da non sentire più nulla intorno a me .
Quella mattina era proprio la Fata
dei Ghiacci a chiamarmi: mi voleva invitare nel Castello Gelido, che
si trovava all’interno dei boschi di Obertal.
Aveva organizzato una grande festa e
ci teneva che io partecipassi, anzi, se non avessi partecipato si
sarebbe offesa tremendamente ed avrebbe fatto cader qualche slavina
di ghiaccio sui miei piedi.
Nella Foresta Nera, sui muri delle
casette dal tetto aguzzo che si trovano dappertutto, c’è scritto
“Achtung Dachlavinen” (attenzione slavine dal tetto).
La prima volta che ho visto quei
cartelli mi sono fatta delle grasse risate.
Poi una sera, ero sola soletta
nella mia stanzetta in cima alla casa, ho sentito un boato
terrificante.
Ho creduto che ci fosse un
terremoto: l’angoscia mi aveva bloccato il respiro ed il pensiero.
Poi, facendomi coraggio e notando
che la casa era ancora intera mi ero affacciata alla finestra ed
avevo scoperto che sotto, nel cortile, era caduta una valanga
impressionante di neve e ghiaccio: esattamente quella che fino a
pochi minuti prima si trovava sul tetto della mia casetta.
Non avevo più riso di quei
cartelli…
La Fata dei Ghiacci mi aspettava
vicino al ruscello ghiacciato.
C’erano dei riflessi di arcobaleno
purissimo che provenivano dal ruscello e si fondevano con quelli
della corona della Regina.
I brillanti di ghiaccio della corona
erano addirittura ancora più lucenti e colorati di quelli del
ruscello.
Aveva gli occhi azzurrissimi del
cielo ed un vestito color ghiaccio e celeste lungo fino ai piedi.
Mi scossi: la regina era adulata
dalla mia ammirazione, ma era di temperamento piuttosto impaziente.
Odiava aspettare gli umani, anche se
si trattava di una vecchia amica di infanzia.
Mi fece un cenno con la mano e
subito fui sulla sua incredibile slitta, tirata da una squadra
potente di cervi dai palchi immensi.
Non scivolavamo sulla neve, ci
volavamo sopra.
Non so come questi cervi riescano ad
evitare i vecchi pini imbiancati e le rocce che sporgono dal terreno,
ma nel giro di qualche minuto (questa fu almeno la percezione del
tempo che ebbi) ci trovammo di fronte al Castello Gelido.
Scesi dalla slitta e mi fermai
abbagliata davanti a quella immensa scultura brillante: i primi
raggi del tramonto la coloravano di giallo e rosa rendendola ancora
più irreale.
La Regina mi scosse.
Aveva fretta di dare inizio alla
festa…tutte le creature della foresta erano impazienti come lei e
le creature della foresta non bisogna mai farle aspettare…
- mini racconto ( follia ?) di Luciana Figini - 1999
" Mi
sento come una di quelle barchette di carta che i bambini di una
volta facevano navigare su mari inventati, su laghi inesistenti.
Attraverso
il piazzale con la sensazione di affogare nell’asfalto.
18
anni ed un viaggio lontano da casa, una bugia escogitata per
prendere quel treno e correre via dagli occhi indagatori di mia
madre.
Avrà
capito? E se sì , cosa avrà capito?
Quest’ansia
di emozione e di libertà che mi esplode dentro per lei è come la
seconda guerra mondiale: la dilania, la spezza dentro, la confonde.
Sa
che non può fermarmi, che non può corrermi dietro.
E’
qualcosa di più forte di me e di lei: è uno scivolo di cui non si
vede il fondo.
Io
ne sono terrorizzata, ma non posso fare altro che scivolare fino
alla fine, perché la cosa che voglio di più al mondo è misurarne
la lunghezza nel modo più veloce possibile e vedere cosa c’è alla
fine della corsa.
Maledetta
libertà: è lei che ci pone di fronte a noi stessi e a tutte le
nostre paure sconosciute.
Lui
è in ritardo e io non so cosa fare.
Gli
sguardi degli uomini sono maligni ed il sole, nonostante il
settembre avanzato, è implacabile.
D’un
tratto gli sguardi si levano verso il cielo, dita che indicano,
rumore di ali.
Sopra
la stazione Termini un immenso stormo di uccelli.
E’
la prima volta in vita mia che assisto alla danza degli storni.
Sembra
uno sciame scuro d’api, che si allontana e si ricompone, quasi
fosse un corpo umano.
D’improvviso
lo stormo si ritrae, si concentra , poi riparte verso un’altra
direzione.
Ogni volta assume una forma diversa: una palla, una
nuvola; ora sembra un fumetto, un fumetto con all’interno non
delle parole italiane ma delle parole “storni”.
Poi
si allunga come un serpente, prende velocità e pare cadere a terra
, come una pioggia di stelle cadenti nere e lucide.
Lui
arriva.
Gli
storni continuano le loro evoluzioni nel cielo.
Gli
antichi Romani leggevano le profezie nel volo degli uccelli.
Chissà
quali profezie sono racchiuse per me in questo stormo.
Tanto
io non le so leggere.
Tanto
io non le voglio leggere.
Lui
sorride e viene verso di me.
Ho viaggiato per più di dieci ore per
rivederlo ed ora non sono più sicura di niente.
Risento
addosso la sabbia di quella notte ed il profumo sulla sua pelle –
un dopobarba abbastanza dozzinale che a me era parso un profumo
raffinato.
Viene
direttamente dalla caserma, è vestito con l’uniforme sgraziata
della fanteria.
Mi
sembra così diverso: la sua divisa ed il suo viso pare abbiano lo
stesso colore marroncino chiaro, lo stesso aspetto sciupato ed un po’
trasandato.
Ho
pianto notti intere ricordando il suo respiro e la sua bocca, eppure
adesso vorrei solo scappare , riprendere un altro treno e tornare a
Milano.
Quel
ragazzo dal viso stanco ma sorridente che ho davanti sembra essere
un’altra persona.
Lo
abbraccio quasi di malavoglia; sento la sua emozione, sento l’odore
del suo desiderio, ma l’unica cosa che riesco a fare è alzare gli
occhi verso il cielo e cercare il volo pazzo degli storni…"